Alessandro Preziosi è il Don Giovanni, nella commedia tragica di Molière

preziosi

Si è aperta lo scorso weekend nel Teatro della Fortuna di Fano la stagione teatrale del Don Giovanni di Molière, diretto e interpretato dall’attore Alessandro Preziosi, con Nando Paone nei panni di Sganarello, il servitore del Don Giovanni.

La leggenda del Don Giovanni nei secoli.

Quello di Don Giovanni è un mito che noi tutti conosciamo, tanto che l’espressione “quello è un Don Giovanni”, per indicare i donnaioli senza cuore, è ormai di uso comune. Dal 1630, quando compare per la prima volta nella commedia di Tirso de Molina L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra, a oggi si contano più di quattromila riscritture, di cui la più celebre è quella dell’ opera lirica Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, composta da Mozart nel 1787, che ha consacrato il Don Giovanni per sempre alla fama. Il personaggio del Don Giovanni è stato poi riutilizzato da vari autori nel teatro e nella letteratura: George Gordon Byron, Aleksandr Sergeevič Puškin, José Zorrilla, José de Espronceda, José Saramago… e naturalmente Molière, http://it.wikipedia.org/wiki/Molière da cui è tratta la rappresentazione di Preziosi. Il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière è una commedia tragica in prosa in cinque atti. Viene rappresentata per la prima volta a Palais-Royal il 15 febbraio 1665. Don Giovanni passa la vita a sedurre donne, nobili, sposate o anche suore, come Donna Elvira. L’elenco di quelle da lui conquistate nel girare il mondo è conservato da Leporello (il servitore di Don Giovanni nell’opera di Mozart) sul suo catalogo: in Italia 640, in Alemagna (Germania) 231, in Francia100, in Turchia 91 e in Spagna 1003.

Il Don Giovanni di Molière, diretto da Alessandro Preziosi.

La commedia del Molière si apre con un dialogo tra Sganarello, il personaggio che ha la funzione di far ridere lo spettatore con la sua vigliaccheria e le sue battute sulla vita dissoluta del suo padrone, e il servo di Donna Elvira, che apprendiamo essere l’ultima amante di Don Giovanni, spinta da questi a lasciare il convento per vivere un amore incestuoso. Questi chiede ragione a Sganarello, per conto della sua padrona, sulla partenza improvvisa del suo padrone, che ha abbandonato Donna Elvira senza una spiegazione. Sganarello si lascia andare, confidandosi e confessando chi realmente è Don Giovanni: un padrone perfido e cinico, che prova diletto nel conquistare le donne e consumare i piaceri carnali, per poi abbandonarle con disprezzo. A questo punto entra in scena Don Giovanni, e Sganarello è costretto a interrompersi e a dissimulare ciò che stava dicendo. Don Giovanni recita un lungo monologo sul suo stile di vita: il piacere della conquista delle donne, paragonandolo alla conquista dei re di nuove terre, che poi perdono ogni fascino dopo la consumazione del primo atto sessuale. E così la commedia procede, con i piani del Don Giovanni di conquistare una donna appena fidanzata, addirittura millantando di rapirla se nessun altro sistema darà i suoi frutti, con la promessa di sposare due contadine e con lo scontro con i fratelli di Donna Elvira, che chiedono a Don Giovanni, senza successo di sposare la sorella per lavare l’onta del disonore sulla loro famiglia. Don Giovanni non ha rispetto per nulla, nemmeno della tomba del commendatore che ha ucciso in duello qualche mese prima, difendendo l’onore della figlia. Vi si reca infatti, e prendendosi beffe di lui domanda alla sua statua se vuole recarsi a cena a casa sua l’indomani. La statua, miracolosamente, si anima e risponde che non mancherà. Il giorno successivo prima di cena Don Giovanni riceve la visita del padre. Preziosi stesso, in un monologo tragicissimo e reso in maniera sublime dall’attore, impersona entrambe le parti attraverso uno stratagemma: Don Giovanni sa già che cosa gli dirà il padre, è ciò che gli dice ogni volta, così imita le parole, il tono prima disperato e poi furente, piegandosi anche sulla schiena per mimare il fatto che il padre si appoggi a un bastone per camminare: Don Luigi ricorda ha a lungo desiderato e pregato il cielo per avere un figlio; figlio che adesso è solamente motivo della sua vergogna e del suo dolore. Poi giunge Donna Elvira, che lo supplica, in nome dei sentimenti che provò per lui in passato, di redimersi dal suo stile di vita scellerato e peccaminoso, salvandosi dall’imminente punizione celeste, che è sicura arriverà presto per lui. La cena viene finalmente servita, ma prima che Don Giovanni e Sganarello possano iniziare a mangiare, vengono interrotti da una terza visita: la statua del Commendatore, che gli intima anch’essa di pentirsi delle sue scelleratezze altrimenti lo attende una brutta fine. Don Giovanni continua a rifiutare, sardonico. L’indomani, però, Don Giovanni ostenta una totale redenzione. Ciò suscita commozione e felicità nel fedele Sganarello, il quale, però, viene subito colpito dalla doccia fredda dalla confessione del padrone: Don Giovanni confessa che la sua finta conversione altro non è che uno stratagemma utile ed una mossa politica. Ha deciso, infatti, di diventare un ipocrita per salvarsi la faccia. Elogiando l’ipocrisia, una maschera che serve a nascondere le proprie malefatte al mondo, la quale, secondo lui, offre meravigliosi vantaggi, tra i quali quello di non essere esposti al biasimo collettivo. Ma per lui ormai la sorte è segnata: morirà bruciando tra le fiamme dell’inferno. Questo finale, in cui Don Giovanni rifiuta di pentirsi anche di fronte alla statua parlante del Commendatore, evidenza dell’esistenza di Dio, al quale egli, cinico, non crede, è stato argomento delle dissertazioni filosofiche e artistiche di molti scrittori. La battuta finale, comunque, è di Sganarello, che disperato, all’inizio lo sembra per la morte del padrone, mentre in realtà lamenta il fatto che non è stato pagato. I due protagonisti, Preziosi e Paone, sono stati entrambi bravissimi, devo dire che Preziosi mi ha colpito decisamente di più a teatro che nella serie di Elisa di Rivombrosa. Complimenti a entrambi.  

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