Il Racconto: un estratto di “Piccole Donne”.

little woma

little women-penguin classic
Little Women, Penguin Classics.
Rachel Sumpter Penguin Threads Little Women cover
Rachel Sumpter’s Penguin Threads Deluxe Classics.
piccole donne - mammut
“I grandi romanzi” di Louisa May Alcott, “I Mammut”, Newton Compton.
piccole donne-i birilli
“Piccole Donne”, “I Birilli” De Agostini.

Piccole Donne è il primo libro “da grandi” che ho letto, dopo averlo scelto da sola in una piccola libreria della mia città (e consegnato nelle mani di mio padre per farmelo comperare).

Forse non è stato interamente merito della Alcott, ma è sulle pagine del suo libro che mi sono appassionata alla lettura.

Da allora non ho più smesso di leggere e rileggere Piccole Donne, tanto che le pagine del mio primo libro sono tutte consumate e segnate. Per questo lo amo ancora di più. Indovinate qual’è sempre stato il mio personaggio preferito!

Visto che è weekend rilassatevi e leggete questo estratto di Piccole Donne sul Natale in casa March, visto che siamo in tema.

«Era sera e la neve scendeva fitta sulla stradicciola che dalla collina conduceva all’abitazione della famiglia March. Le raffiche di vento bussavano furiose alla porta e gelidi spifferi d’aria si infiltravano nelle fessure delle finestre e all’interno delle sottili mura.

Nonostante il tempo, in casa March regnava un’atmosfera calda e accogliente. In salotto, un caminetto acceso diffondeva un gradevole tepore e rischiarava i visi delle quattro giovani sorelle raccolte lì attorno. L’idea che Natale fosse ormai alle porte riempiva i loro cuori di entusiasmo e il delizioso profumo del tacchi- no arrosto appena sfornato da Hannah, la domestica di casa, si diffondeva per le stanze.

Accanto al focolare erano stati posti dei vasetti pieni di fiori profumati, mentre un’intera parete era coperta da uno scaffale di libri. Le quattro sorelle, insomma, avevo cercato di abbellire la casa nel miglior modo possibile e prepararla in maniera degna all’imminente festa.

– Natale non è Natale senza doni… – bofonchiò all’improvviso Josephine, sdraiata in modo scomposto sul tappeto scolorito. La ragazza non si curava affatto del giudizio della gente e delle regole dell’alta società e per questo era considerata dalla famiglia un vero maschiaccio. Era un’avida lettrice di libri, un uragano d’idee, e inventava sempre nuovi modi per rendere le giornate più buffe e divertenti.

Il suo aspetto fisico era altrettanto originale: alta e magra, aveva braccia e gambe molto lunghe che la rendevano impacciata nei movimenti; la sua bocca era appena accennata ma si dilatava spesso in rumorose risate; gli occhi, piccoli e vispi, avevano la capacità di scrutare gli animi delle persone. La sua vera particolarità era però la chioma, folta e castana, una vera bellezza che non passava inosservata.

– E sì, Jo, è proprio una brutta cosa la povertà – aggiunse con tristezza Margaret, per tutti Meg, la sorella maggiore, vestita con un abito ormai fuori moda. Era una graziosa signorina dalla carnagione chiara, aveva grandi occhi riservati che abbassava ogni volta le veniva indirizzato un complimento. I suoi capelli erano di un bel colore castano dorato, la sua bocca sottile non esplodeva mai in risate scomposte, le sue mani morbide e affusolate si muovevano con eleganza anche quando erano costrette a svolgere le faccende domestiche o quando venivano impiegate per cucire e rassettare. Meg aveva un temperamento pacato e romantico: il suo più grande desiderio era quello di poter formare un giorno una bella famiglia, avere un bravo marito, tanti bambini, una grande casa e potersi permettere costosi abiti da indossare in ogni occasione.

– E non è giusto che ci siano ragazze fortunate, con tante cose belle a disposizione, e ragazze povere come noi! – brontolò con fare stizzato Amy, la più piccola. Amy aveva lunghi boccoli biondi che le scendevano sulle spalle e occhi celesti espressivi e curiosi. Magrolina e con rosee gote su un visino bianco latte, era elegante nei modi, leggiadra e graziosa. Le piaceva ammirarsi continuamente allo specchio ed essendo la sorella minore era molto viziata. Del suo aspetto avrebbe voluto cambiare solo il naso: le sarebbe piaciuto averlo alla francese, più sottile, e per questo, ogni sera, prima di andare a letto, metteva una molletta sul naso, sperando in un miracolo.

– Su, dai, non lamentiamoci. Abbiamo papà e mamma e non ci manca niente per essere felici.

Aveva parlato la dolce Beth, seduta sul suo angolino preferito del sofà, scandendo le parole con voce così flebile e delicata che contrastava con la violenza del vento all’esterno dell’abitazione. Elizabeth, o Beth come la chiamavano, era la dolcezza fatta persona: aveva tredici anni, guance rosee che spesso si tingevano di rosso perché era molto timida e occhioni azzurro cielo che erano l’immagine dell’innocenza. Era pacata nei modi e non si arrabbiava mai con le sorelle anche quando la facevano innervosire. Le persone a lei vicine potevano di certo ritenersi molto fortunate poiché Beth aveva il potere di rasserenare gli animi e aveva sempre una parola saggia per tutti i suoi cari. Beth era sensibile e piena di passioni: amava suonare il pianoforte e la cosa che più desiderava al mondo era di possederne uno nuovo tutto per sé.

Per un attimo i cuori delle quattro ragazze si scaldarono alle confortanti parole di Beth, ma poi Jo raggelò nuovamente gli animi:

– Intanto, il papà non l’avremo qui con noi per festeggiare insieme il Natale e poi… chissà quanto tempo dovremo aspettare ancora prima di rivederlo…

Non aggiunse le parole “se mai lo rivedremo”, ma il timore di un papà lontano, partito volontario per la guerra ed esposto a molti pericoli, si leggeva chiaramente sui visi rattristati delle quattro sorelle.

– Papà ci manca tantissimo, questo è vero, ma non dobbiamo dimenticare che il suo gesto è nobile e che dobbiamo essere orgogliose di lui. Ecco perché non è giusto che spendiamo i nostri risparmi in sciocchezze – sospirò mestamente Meg.

– Per me hai ragione solo a metà, Meg: va bene non farci regali in segno di modestia e umiltà, ma i miei risparmi io li voglio gestire come mi pare e piace! E poi è da così tanto che desidero comprarmi il romanzo “Ondina” – esclamò con fare deciso Jo, vera divoratrice di libri.

– Io invece vorrei comprarmi una bella scatola nuova di colori – aggiunse Amy, decisa a diventare la più grande pittrice di tutti i tempi.

– E io vorrei delle nuove canzoni da poter suonare al piano – sussurrò Beth, ripensando ai suoi vecchi spartiti ormai consumati. Li aveva adoperati così tante volte che ben poco rimaneva ormai di essi…

Jo guizzò in piedi sul tappeto e, sistemandosi a fatica la gonna stropicciata, pronunciò con forza:

– Allora vi propongo una cosa: perché ognuna di noi non si sceglie un regalo per sé? D’altronde lavoriamo e ci meritiamo un po’ di svago.

Quanto avrebbe desiderato indossare comodi pantaloni da uomo e muoversi liberamente per la casa senza essere continuamente costretta a indossare gonne o a sistemare pizzi e merletti!

– Sì, Jo, hai proprio ragione. Sono stufa di dover insegnare a dei bambini che non hanno voglia di ascoltare – confermò Meg, riflettendo sul suo faticoso ruo- lo di istitutrice presso la ricca famiglia King. – Voglio pure divertirmi!

– E io, allora, che devo badare a quella vecchia brontolona cosa dovrei dire? – si lamentò di nuovo Jo, pensando a quanti rospi doveva ingoiare, ogni giorno, per cercare di non rispondere in malo modo agli sproloqui della vecchia bisbetica zia March, della quale aveva l’obbligo di prendersi cura.

– Nessuna soffre come soffro io – mormorò Amy con tono teatrale e portandosi una mano alla fronte. – Voi non andate mica a scuola! Io devo sorbirmi le compagne che mi guardano dall’alto in basso solo perché non posseggio dei bei vestiti e sono di famiglia po- vera. E poi… Ma perché, Jo, fai quelle smorfie? Si può sapere cos’hai?

– Scusami, ma si dice posseggo non posseggio. Comunque sta pur tranquilla che non dirò niente alla tua maestra.

– Beh, sbaglierò pure a dire qualche vocabilo ma almeno non fischio e non cammino come un maschiaccio, io! E nemmeno utilizzo un gerco volgare come il tuo, quando parlo!

– Intanto si dice vocabolo e gergo, e poi a me piace parlare e comportarmi così: la sola idea di dover diventare una signorina per bene, tutta impettita e dall’aria snob, mi fa venire la pelle d’oca. Anzi, sapete cosa vi dico? Ora mi tolgo pure questa retina fastidiosissima che mi tiene stretti i capelli e mi fa sentire un uccello in gabbia.

Così dicendo, Jo liberò la sua fluente chioma, emise un lungo sospiro, poi si sedette sul sofà con la testa arruffata.»

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