Sette Favole di Esopo, per ricordare sempre che la morale è immutabile

Le Favole di Esopo

Esopo

Esopo visse nell’Antica Grecia, nel VI secolo a.C. Secondo la tradizione, Esopo giunse in Grecia come schiavo. Sulle sue origini sono state formulate numerose ipotesi, ma la più probabile è quella che lo fa venire dall’Africa: il nome “Esopo” potrebbe essere una contrazione della parola greca per “etiope”, termine con cui i Greci si riferivano a tutti gli africani subsahariani. Inoltre, molti animali presenti nelle favole erano comuni in Africa ma non in Europa. Bisogna tener conto anche che la tradizione orale di moltissimi popoli africani include favole con animali personificati, come quelle di Esopo.

Gli sono state attribuite 358 favole, ma sicuramente molte sono state aggiunte al nucleo originario nei secoli successivi.

Qui ne riporto solo sette che amo particolarmente. Ciò che è curioso a mio parere è il vedere come la morale di più di duemila anni fa, in fondo non sia cambiata molto rispetto a quella di oggi. Cambiano le abitudini, i costumi, alcuni dei valori… Ma la morale alla fine dei giochi sembra rimasta immutata, come testimoniano queste favole.

 

La mula

Una bella mula rimpinzata di biada si mise a scalpitare, dichiarando ad alta voce a se stessa: “Cavallo dal  rapido piede fu mio padre; ed io son tutta lui”. Ma un giorno si presentò la necessità di correre e la mula doveva farlo davvero. Quando ebbe finita la corsa, si sentì triste, e le venne in mente, all’improvviso, che suo padre era un asino.

La favola mostra che, anche quando le circostanze rendono un uomo famoso, egli non deve mai dimenticare le proprie origini, perché questa vita è piena di incertezze.

 

Il leone e il topo riconoscente

Un topolino correva sul corpo di un leone addormentato, il quale si svegliò e, acchiappatolo, fece per ingoiarlo. La bestiola cominciò a supplicare di risparmiarlo e a dire che, se ne usciva salvo, gli avrebbe dimostrata la sua riconoscenza. Il leone scoppiò a ridere e lo lasciò andare. Ma dopo non molto gli capitò un caso in cui dovette davvero la sua salvezza alla riconoscenza del topolino. Alcuni cacciatori riuscirono a catturarlo e lo legarono con una corda a un albero. Il topo allora udì i suoi lamenti, accorse, rosicchiò la corda e lo liberò, soggiungendo: “Tu, quella volta, t’eri fatto beffe di me, perché non immaginavi mai di poter avere una ricom­pensa da parte mia. Sappi ora che anche i topi sono capaci di gratitudine”.

La favola mostra come, col mutar delle circostanze, anche i potenti possono aver bisogno dei deboli.

 

Il medico e l’ammalato

Un medico aveva in cura un ammalato, che gli morì. “Ecco”, diceva a quelli che ne seguivano il funerale, “se quest’uomo si fosse astenuto dal vino e avesse fatto dei clisteri, non sarebbe morto. Ma uno dei presenti lo interruppe: “Mio caro, queste cose avresti dovuto dirle quando egli poteva approfittare dei tuoi consigli; non ora che non servono più a nulla”.

La favola mostra che gli amici devono prestare il loro aiuto nel momento del bisogno, e non sputar sentenze quando ogni speranza è perduta.

Il nibbio e il serpente

Un nibbio afferrò un serpente e si levò a volo. Ma il sente si rivoltò, lo morse, ed entrambi caddero dall’alto. Mentre il nibbio moriva, il serpente gli disse: “Perché sei stato così folle da voler far del male a me, che non ti facevo nulla? Ecco che hai avuto il giusto castigo per avermi rapito”.

Chi fa il prepotente e oltraggia i deboli, se s’abbatte in uno più forte di lui, quando men se l’aspetta, paga anche il male che ha fatto prima.

Il topo di campagna e il topo di città

Il topo cittadino da quel dei campi ch’era suo amico s’ebbe un invito a pranzo, e tosto lieto partì per la campagna. Ma il pranzo era erba e grano. “Vedi”, gli disse, “che vita da formica meni, mio caro! E io d’ogni ben di Dio piena ho la casa; tu vieni meco, ché ti darò di tutto”. Verso la città trottan gli amici tosto. L’ospite ostenta legumi e fichi secchi e cado e pane, datteri, miele e frutta. L’altro, stupito, di cuore lo ringrazia, il triste suo destino maledicendo. Ma quando il pranzo s’apprestano a gustare, capita un tale che l’uscio ti spalanca. I miseri al rumore, con un sussulto, corron dentro le buche del pavimento. Ne escon poi fuori, per via dei fichi secchi, ecco entra un altro, per non so qual faccenda. Scorgendolo, i meschini dentro le buche, in cerca di salvezza, balzan di nuovo. Il campagnolo allora, passando sopra all’appetito, sospira e dice all’altro: “Amico, addio! Saziati pur ben bene, goditi il pranzo con tutte le sue gioie, tutti i rischi e tutte quante le paure! Io meschinello, campando a grano ed erbe, senza sospetto vivrò, senza timore”.

E’ meglio assai, dice la favoletta, vivere in santa pace vita modesta, che far del lusso sempre fra i batticuori.

Il nibbio che nitriva

Il nibbio aveva un tempo una voce acuta, diversa da quella d’ora. Poi, avendo udito un cavallo che emetteva dei magnifici nitriti, volle imitarlo; e, ostinandosi in questo esercizio, a rifar bene il nitrito, non ci riuscì, ma  perse la propria voce; così non ebbe né quella del cavallo né quella che  aveva avuto prima.

Gli uomini mediocri che, mossi dall’invidia, cercano di imitare quello che è alieno dalla loro natura, perdono anche le loro doti naturali.

 

Il cammello e Zeus

Vedendo un toro tutto imbaldanzito per le sue corna, al cammello invidioso venne voglia d’averle anche lui. Presentatosi dunque a Zeus, cominciò a supplicarlo che gli assegnasse un paio di corna. Ma Zeus si sdegnò con lui perché, non contento della sua forza e della sua statura, voleva ancora qualche cosa d’altro. Così, non solo non gli aggiunse le corna, ma gli mozzò anche la punta delle orecchie.

Questo capita a molti, che, avidi, guardano con invidia gli altri e intanto, senza avvedersene, perdono anche quello che hanno.

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