Stefano Accorsi a teatro in un classico della letteratura italiana: il Decamerone di messer Boccaccio

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Dopo il successo dell'”Orlando Furioso”, la coppia Baliani-Accorsi È ritornata con il “Decamerone, vizi, virtù, passioni”.

Il cast è formato da Salvatore Arena, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia, Mariano Nieddu, Naike Anna Silipo.

Lo spettacolo si apre con Accorsi, che nel ruolo di maestro della compagnia itinerante di artisti che portano in scena le novelle del Decameron, incomincia a leggere l’incipit dell’opera del Boccaccio, per poi interrompersi e spiegare che la compagnia ha deciso di modernizzare l’espressione in modo da facilitarne la comprensione. Devo dire che è stato un lavoro veramente ben fatto, perché si è alleggerita la fruizione senza perderne l’essenza, la patina di antichità.

«Tradire per non far morire la tradizione» è il modo, secondo il regista Marco Baliani, di rapportarsi con la lingua dei grandi autori italiani per portarla in scena, così come lui e Stefano Accorsi avevano già fatto con l’Orlando Furioso con grande successo, successo ampiamente replicato con il “Decamerone”. Quest’anno sono stata spettatrice del Don Giovanni di Alessandro Preziosi e poi del Decameron di Baliani-Accorsi, e devo riconoscere quanto il teatro sia un tramite felice per la letteratura, rendola viva, di più immediata fruizione e allo stesso tempo riavvicinandoci all’opera originale. Chi, dopo lo spettacolo, non ha provato il desiderio di rileggersi alcune novelle del buon Boccaccio?

«È un’operazione impegnativa» ha confessato Accorsi in un’intervista con il “Corriere Adriatico”,  «l’adattamento del testo alla scena ha richiesto mesi di lavoro, soprattutto per semplificare la sintassi del periodo, e rendere la lingua, senza sacrificarne il lessico, più teatrale. Il periodo di Boccaccio è sempre troppo complesso e pieno di incisi. Modernizzarlo sarebbe uno scempio, ma non si presta per il teatro. D’altra parte ci piaceva che un classico di sette secoli fa risultasse, pur datato, ancora bellissimo».

Il progetto parte dall’intento di far conoscere il testo al grande pubblico, come afferma Accorsi: «C’è la volontà di restituire al pubblico la bellezza e la forza di questi tesori da riscoprire. Questo testo probabilmente era letto in pubblico, con una dimensione più sociale della narrazione, che si è un po’ persa. E poi nel Decameron Il rito del racconto è fondante. È importante recuperare questi classici, farli uscire dalla pagina: comporta l’adattamento, il montaggio, un’operazione di drammaturgia che stimola come un lavoro di ricerca».

Accorsi e gli altri cinque attori (sono tre uomini e tre donne) impersonano una compagnia itineranti di teatranti che mettono in scena sette delle cento novelle del Decamerone, selezionate per sottolineare la portata ancora attuale della letteratura di Boccaccio. Infatti, come nel Decameron i giovani si rifugiano in campagna e si raccontano le novelle per sfuggire alla peste che sta decimando Firenze, così ora c’è una nuova pestilenza, che ha invaso la nostra società in preda a corruzione e immoralità.

«Abbiamo scelto di raccontare alcune novelle del Decamerone di Boccaccio perché oggi ad essere appestato è il nostro vivere civile. Percepiamo i miasmi mortiferi, le corruzioni, gli inquinamenti, le mafie, l’impudicizia e l’impudenza dei potenti, la menzogna, lo sfruttamento dei più deboli, il malaffare. Perché anche se le storie sembrano buffe, quegli amorazzi triviali, quelle strafottenti invenzioni che muovono al riso e allo sberleffo, mostrano poi, sotto sotto, il mistero della vita stessa o quell’amarezza lucida che risveglia di colpo la coscienza. Potremmo così scoprire che il re è nudo, e che per liberarci dall’appestamento, dobbiamo partire dalle nostre fragilità e debolezze, riconoscerle e riderci sopra, magari digrignando i denti» dice Marco Baliani.

Infatti gli attori tra una novella e l’altra si interrogano sulla morale nascosta, rapportata ai giorni nostri, discutendo tra di loro per mettere in campo diversi pareri.

Lo spettacolo è divertente, ti rapisce dall’inizio alla fine. Anche l’italiano, seppur “antiquato” colpisce nel segno, riuscendo perfettamente nell’intento di essere comico. Mi è piaciuta molto la trovata della compagnia itinerante di attori che viaggiano sul loro furgoncino, che diviene magistralmente set di ogni novella con qualche piccola trasformazione.
Tra le novelle rappresentate non poteva mancare il tema della corruzione degli uomini e donne di Chiesa, che ha tanto spazio in tutto il Decamerone. La prima novella rappresenta la presa in giro della dabbenaggine degli uomini di chiesa pronti a facili santificazioni, tanto da farsi raggirare e ingannare da un falso frate. Altro tema che scorre per tutto il Decameron è quello della debolezza degli stimoli della carne, che troviamo per esempio anche nella novella delle  suore che si spartiscono il giardiniere muto. Novella tragica è invece quella di Tancredi e Ghismunda. Sorpresa dal padre ad amare Tancredi, un umile valletto ma di animo più nobile di chi lo è per nascita, non si pente e non si piega, sostenendo con forza le ragioni dell’amore fino al suicidio.
«Dopo Ariosto e Boccaccio, il prossimo anno lavoreremo su Machiavelli» ha detto Accorsi. Non mancheremo.
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