La Recensione: Grazia Deledda, “Canne al vento”.

« […] Perché la sorte ci stronca così, come canne?

– Sì – egli disse allora, – siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento». P. 259.

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Ho deciso di approfittare della collana “900 italiano” di Mondadori, in uscita con i periodici, per leggere finalmente alcuni romanzi che hanno fatto la storia del Novecento e che non avevo mai letto. Tra cui, appunto, Canne al vento di Grazia Deledda, l’unica donna italiana ad aver vinto, nel 1926, il Premio Nobel per la Letteratura.

La collana “900 italiano” è stata ideata per riproporre le 100 opere che più hanno saputo raccontare la letteratura, gli eventi e l’atmosfera del secolo passato.

canne al vento - passato

«Perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’aiuto di Dio». P.7.

Uscito a puntate su L’illustrazione italiana dal 12 gennaio al 27 aprile 1913, Canne al vento venne poi stampato integralmente nella sua prima edizione dai Fratelli Treves di Milano qualche mese dopo.

fiume«La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca». P. 185.

« – Adattarsi, bisogna – disse Efix versandogli da bere. – Guarda tu l’acqua: perché dicono che è saggia? perché prende la forma del vaso ove la si versa». P. 66.

«L’uomo è fatto così: buono e cattivo, buono e cattivo: eppoi si è sempre disgraziati. Anche i ricchi, spesso, son disgraziati». P. 256.

 

 

 

 

 

 

Canne al vento è ambientato in un paesino rurale della Sardegna. Racconta di una società arcaica, chiusa in una anacronistica divisione in classi, narrata da un servo fedele, Efix, che rimane con le sue padrone, le ormai decadute Dame Pintor, anche se queste non possono più permettersi di pagarlo. Il loro padre, Don Zame, le aveva tenute segregate in casa come un carceriere, precludendole ogni possibilità di trovare marito, finché una delle quattro sorelle non era fuggita di casa, sposando poi un pover uomo. Dal dolore e dall’umiliazione Don Zame aveva perso tutto prima di morire, lasciando le altre tre figlie povere e zitelle. Ingrigite nella loro quotidianità sempre uguale, la vita delle dame Pintor viene sconvolta dall’inaspettato arrivo di Giacinto, il figlio di quella sorella che non avevano mai perdonato.

«Donna Cristina è morta; il viso pallido delle figlie perde un poco della sua serenità e la fiamma in fondo agli occhi cresce: cresce a misura che don Zame, dopo la morte della moglie, prende sempre di più l’aspetto prepotente dei Baroni suoi antenati, e come questi tiene chiuse dentro casa come schiave le quattro ragazze in attesa di mariti degni di loro. E come schiave esse dovevano lavorare, fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e sopratutto non dovevano sollevar gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato per loro sposo. Ma gli anni passavano e lo sposo non veniva». Pp. 15-16.

Giacinto è quindi il deus ex machina della vicenda, con la sua innocenza e incoscienza insieme rovina ancora di più la famiglia indebitandosi per gioco e frequentando una povera ragazza senza genitori.

Le Dame Pintor e Efix sono come canne in balia della sorte del vento:  percossi ostinatamente dalle loro vite sono destinati a rimanere ostinatamene radicati nel loro terreno: la casa, ombra di sé stessa nel tempo degli antichi fasti, e il poderetto.

Il punto di vista di tutta la vicenda è quello del fedele Efix, servo della famiglia Pintor da tutta una vita. L’affetto che lo lega alle sue padrone è tanto che non può morire finché non vede compiuti i suoi disegni di felicità per loro, come esse meritano.

Attraverso questo personaggio, di una semplicità grandiosa, veniamo in contatto con la superstizione popolare, che di giorno vede gli uomini padroni della terra con il lavoro dei campi, mentre la notte è in balìa di folletti e fantasmi.

Grazia Deledda è stata collocata da alcuni nella corrente verista, centrale in quegli anni. Se è vero che il soggetto, di cui Efix è narratore e protagonista, si riconduce agli schemi del verismo, tutt’altro che “verista” è lo spirito con cui la storia è narrata. Mi sembra quasi di cogliere un’impronta della letteratura russa: Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, nella delicatezza con cui viene trattata l’interiorità dei personaggi, i loro dolori, insieme ad alcuni temi come il male di vivere e il senso della colpa da espiare.

«Dopo la morte di don Zame, Efix era rimasto con le tre dame per aiutarle a sbrigare i loro affari imbrogliati. I parenti non si curavano di loro, anzi le disprezzavano e le sfuggivano; esse non eran capaci che delle faccende domestiche e neppure conoscevano il poveretto, ultimo avanzo del loro patrimonio.

– Starò ancora un anno al loro servizio – aveva detto Efix, mossò a pietà del loro abbandono. Ed era rimasto vent’anni.

Le tre donne vivevano della rendita del potere coltivato da lui. Nelle annate scarse donna Ester diceva al servo, giunto il momento di pagarlo (trenta scudi all’anno e un paio di scarponi):

– Abbi pazienza, per l’amor di Cristo: il tuo non ti mancherà.». P.19.

 

Editore: Mondadori. Collana 900 italiano.

Pagine: 285.

Formato: 13,5 x 19 cm. Rilegatura rigida. Copertina in cartoncino ruvido. Al centro dell’immagine c’è un riquadro bianco con indicazioni di autore, titolo, collana e citazione. Niente fogli di guardia.

Giudizio complessivo: ♥♥♥♥♥

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