Il Racconto: “Il prevosto e la perpetua”, frammenti da “Biglietto, signorina” di Andrea Vitali

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Qualche mese fa ho pubblicato la recensione di Biglietto, signorina di Andrea Vitali, un libro che mi è piaciuto molto.

Per chi non avesse mai letto Vitali, e volesse farsi un’idea di come scrive, trascrivo qui le scene tra il prevosto e la perpetua, che sono tra quelle che mi hanno fatto più ridere, per la carica comica e per il linguaggio dialettale. Il romanzo ha i tratti, sebbene non spiccati, di un giallo. È ambientato nel 1949 a Bellano, sulla rive del lago di Como, e inizia con una bella giovane dai capelli scuri che viene pizzicata su un treno senza il biglietto, e che malauguratamente non sa spiccicare una parola di italiano…

“«Avrei una cortesia da chiedervi.»

«La perpetua aveva ancora lo spazzolone tra le mani. Che ci andasse anche a dormire, era una delle tante curiosità che don Revelli aveva su quella donna.

«Dite.»

«Avete presente quel giovanotto, il figlio di quel poveretto che si è tolto la vita…»

«Il figliastro del droghiere?» fece la perpetua.

«Si, proprio… ecco, vi chiederei la cortesia di andarlo a cercare e dirgli che ho urgente bisogno di parlargli.»

La perpetua si strinse nelle spalle.

«È qui fuori che aspetta», rispose come se fosse la cosa più naturale della terra.

«Chi?» fece il prevosto.

«Quel giovanotto!»

«Ma, avete capito bene chi intendo?» chiese il prevosto.

«Reverendo», attaccò la donna, «sarò anziana ma non ancora…»

«No, no», la interruppe il sacerdote, «non volevo… ma è che…»

«Ma è che, che cosa?»

«Dico, siete sicura che sia proprio lui?»

«O bestia», scoppiò la perpetua, «ma se gliel’ho detto io di venire qui per mezzogiorno!»

«Voi?»

«Io, sì!»

«Per mezzogiorno?»

«Per mezzogiorno, proprio», confermò la perpetua. «O sbaglià?»

Il sacerdote restò senza parole.

«No, no» rispose, ma come in un sogno.

Pensando a coloro i quali affermavano che prevosto e sacerdoti in genere ne sapevano una più del diavolo: eccoli serviti, perché non avevano mai fatto i conti con le perpetue”.

Pp. 321-322.

       ≈≈≈

“Davanti al prevosto, che lo stava guardando senza parlare, ancora chiedendosi come avesse fatto la perpetua a intuire che lo voleva lì, Filiberto inspirò per sentire ancora quel benevolo profumo che l’aveva colto entrando in canonica.

Profumo di cera, che la perpetua tirava quasi ogni giorno sui pavimenti della canonica. […]

«Ch’el stàga atènt», l’aveva avvisato la perpetua mentre entrava.

A non scivolare, che non sarebbe stato il primo a entrare lì e trovarsi dopo un minuto secondo con il culo per terra, e neanche l’ultimo.

E poi: «Sciò!» aveva aggiunto, e Filiberto aveva pensato che l’avesse detto a lui, come se volesse intendere di sbrigarsi che in fin dei conti l’era mesdì e anche i prevosti mangiavano.

Subito però s’era reso conto che il rustico invito era diretto a un gatto che, approfittando della porta semiaperta, aveva tentato di entrare e insozzare il pavimento bello lustro di cera.

Il felino, mollemente, si era dapprima fermato e ingobbito e poi aveva fatto dietrofront.

«Gàt!» aveva sputato la perpetua. «Gatti! Ne ho così mangiati in tempo di guerra!»

Adesso invece, adès, per ordine espresso del sciar prevosto toccava a lei dar da mangiare a loro”.

Pp. 326-327.

≈≈≈

“Soprattutto durante gli anni della guerra il prevosto aveva sopportato ben più di un sacrificio. Adesso che la guerra non c’era più continuava a farlo, se lo imponeva. Tra i tanti, quello della vespertina minestra che la perpetua gli propinava nonostante le avesse più volte detto che non l’aveva mai gradita e che, alla minestrina serale, preferiva un piatto vuoto.

Niente da fare.

«La minestra l’è la biada de l’om!» sentenziava la donna.

E anche dei preti, aggiungeva, come se quelli non fossero uomini.

Quando quella sera suonò il campanello della canonica, il sacerdote per prima cosa spostò di lato il piatto che fumava.

«Cosa fate?» chiese la perpetua.

«Hanno suonato…» rispose il prevosto.

«E alòra?»

Gente senza creanza che andava a disturbare all’ora di cena poteva anche aspettare o tornare un’altra volta.

«E se è urgente?» chiese il prevosto.

L’unica urgenza contemplata era uno che stava morendo. Ma quell’elenco che la perpetua teneva aggiornato con precisione al momento era vuoto.

«Non può…» tentò di obiettare.

«Andate», risuonò l’ordine del sacerdote.

La minestra si raffreddava, d’accordo. Meglio, l’avrebbe scolata più in fretta, dopo, senza patirne il carminativo odore.

Pure donna, ragionò la perpetua quando vide chi stava alla porta.

Senza criterio, quindi, perché le donne a quell’ora della sera dovevano stare a casa a servire la cena alla propria famiglia, sennò voleva dire che non avevano niente in testa.

«C’è una donna», comunicò quindi caricando la voce di disprezzo.

«E chi è?» chiese il prevosto.

«So minga», rispose la perpetua.

«Cosa vuole?»

«Talis qualis.»

L’unica roba che sapeva è che voleva il signor prevosto.

Ma l’aveva lasciata sulla porta.

«Gente che non conosco non la faccio entrare. El vaga lù a vedè.»”.

Pp. 339-340.

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