Anteprima #2 – Laura Rocca, “Le cronistorie degli elementi – Il mondo che non vedi”

le cronistorie degli elementiTitolo: Le cronistorie degli elementi ~ Libro Primo ~ Il mondo che non vedi
Autrice: Laura Rocca
Editore: Selfpublishing su Amazon
Genere: Urban Fantasy/Paranormal Romance
Prezzo ebook: € 0,99
Pagine: 633
Data di pubblicazione: 10.07.2015
Sito autore: www.laurarocca.it
Ciao a tutti, amici lettori!
Per qualche settimana abbandonerò il blog, perché mentre la maggior parte di voi è in vacanza, io sarò a sgobbare nell’ufficio stampa di un festival teatrale con i fiocchi, il Rossini Opera Festival.
Intanto vi segnalo un romanzo autopubblicato di Laura Rocca, autrice del blog Racconti dal passato, che piacerà sicuramente agli amanti del genere Urban Fantasy e Paranormale. Appena avrò un minuto di tempo lo leggerò anche io di sicuro 😉
Vi lascio con un estratto dal libro, Le cronistorie degli elementi. Buone vacanze a tutti e a presto!

Celine guardava malinconica dalla finestra della cucina, aveva appena tolto le foglie morte dalle piante che la madre di Matteo lasciava ciclicamente sul davanzale a morire, le facevano una gran pena; era buffo, spesso si sentiva incredibilmente distante dalle altre persone, mentre provava quasi empatia per quelle povere piante. Nonostante il panorama fuori dal vetro le fosse particolarmente gradito si sentiva inquieta, cercò di scacciare il suo turbamento osservando il viavai nella strada sottostante. Venezia stava iniziando a vestirsi per il Natale, lei amava le luminarie e i riflessi che proiettavano sui canali. Sembrava che tutte le stelle del cielo si tuffassero nell’acqua della Laguna e tutto aveva un aspetto più caldo.

Con la fronte poggiata sul vetro freddo, cercava di calmare i suoi pensieri ingarbugliati, si era alzata da poco, nonostante fosse quasi ora di pranzo, ma era sabato e non doveva andare a scuola.

Purtroppo, il sogno che ultimamente la perseguitava non voleva lasciarla in pace neppure da sveglia, lo riviveva continuamente nei suoi pensieri.

“Appollaiata in groppa a uno dei cavalli di San Marco, i lunghi capelli svolazzanti dei quali il buio della notte non mostrava le meravigliose striature che racchiudevano tutti i colori dell’alba e del tramonto, rifletteva su quanto la sua vita fosse cambiata in meglio. Nonostante il dolore e le prove, che a volte superava con molta fatica, non sarebbe tornata indietro per nulla al mondo perché ora si sentiva viva. Sorrideva lì da sola pensando al suo passato, quando appunto, l’unico contesto in cui non mentiva dicendo di essere soddisfatta, era nei momenti in cui parlava della sua città, la sua amata Venezia. Avvertì al suo fianco una presenza che le dava gioia e si voltò per sorridere al suo compagno, fili dorati le svolazzavano davanti agli occhi”…

Era particolarmente irritata dal fatto di non riuscire mai a vedere in faccia chi ci fosse lì al suo fianco, aveva intravisto dei fili d’oro, forse dei capelli, non sapeva spiegarsi come mai, ma aveva la consapevolezza fosse un ragazzo. Era quasi un mese che faceva quel sogno, tutte le volte s’interrompeva sempre in quel punto, l’unica cosa che ricordava vividamente era la gioia che provava e quanto si sentiva soddisfatta.

Avrebbe dovuto sentirsi in colpa in realtà visto che, il misterioso ragazzo biondo, non era sicuramente Matteo, il suo attuale fidanzato, giacché lui era castano. Si diede della sciocca pensando che in fondo era solo un sogno e, di certo, nessuno poteva farle una colpa di ciò che involontariamente sognava.

Decise di lasciare la cucina e di saltare il pranzo, dopotutto non aveva molta fame e quel giorno le conveniva prepararsi con cura per andare in negozio. Mentre stava per voltarsi e andare verso la sua stanza le parve di vedere le piante sul davanzale circondate da uno strano alone di luce, non capiva cosa fosse, ma quando le guardò con insistenza, tutto tornò alla normalità.

“Sto davvero impazzendo” pensò e, senza preoccuparsene ulteriormente, andò a prepararsi per il lavoro.

Celine era tesa, quel giorno scadevano i tre mesi di prova pattuiti dal suo contratto e, per di più, sarebbe arrivata la direttrice generale del Nord Italia per l’ispezione. Aveva provato a curarsi particolarmente ma come sempre le uniche cose che le piacevano di sé erano gli occhi e i capelli. Il viso non era brutto ma insignificante, sul corpo era meglio stendere un velo pietoso, aveva quei chili di troppo che la facevano sempre sentire tozza e, qualunque cosa mettesse, la faceva apparire sempre come se indossasse un sacco di iuta.

Non capiva come fosse possibile, per tutte le donne della terra, vestirsi sapendo abbinare quasi per magia colori, gonne e camicette ed essere per lei un tale incubo. Forse perché non gliene importava nulla o perché semplicemente non sbagliava gli accostamenti, ma erano le sue fattezze a essere inadatte a mostrare la minima grazia. Quanto meno il tailleur giacca e pantalone, abbinato alla camicia bianca, poteva essere considerato di classe. Si sentiva una caricatura di dieci anni più grande ma in negozio era richiesto un certo tipo di divisa.

Quando giunse davanti alla porta del negozio, la serranda era mezza abbassata, dentro le colleghe stavano finendo di allestire un piccolo buffet per la direttrice.

-Celine, vai subito nell’ufficio sul retro- le disse una di loro -la direttrice ha detto che vuole parlare con te prima d’iniziare la riunione generale-.

La direttrice era la classica donna che lei non sarebbe mai stata, bionda, alta, slanciata su quei tacchi di dodici centimetri che per lei sarebbero stati importabili, truccata alla perfezione, con i capelli perfetti, il tailleur impeccabile e l’aria di chi lo sapeva.

La aspettava in piedi in mezzo alla stanza, ma quando la vide arrivare andò a sedersi, accomodandosi dietro la scrivania incrociò le lunghe gambe inguainate nelle calze nere di seta.

-Accomodati Celine, ti ho fatto venire qua per parlare subito con te della situazione- Iniziò appena lei entrò nella stanza -sei qui ormai da tre mesi e sebbene tu sia una dipendente coscienziosa riguardo a orari, straordinari o assenze, so che non si è instaurato nessun feeling tra te e il resto del personale. Come ben sai noi ci teniamo ad avere un gruppo affiatato, questo lavoro è molto stressante, specialmente nel periodo che arriverà di qui a poche settimane e, in assenza di affiatamento tra di voi, si rischiano notevoli problemi tra cui litigate inopportune di fronte ai clienti- terminò fissandola in attesa di una risposta.

A Celine parve quasi di vedere un’ombra di disapprovazione, sapeva di dover rispondere ma ignorava cosa fosse giusto dire, alla fine si decise a parlare cercando di mantenere un tono sicuro.

– Non è vero, io non ho mai avuto nessun motivo di discussione con le colleghe, sono sempre disponibile a coprire i loro turni o a fare del lavoro supplementare per aiutarle, non immagino come possano esserle arrivate voci riguardanti una mia mancanza di lavoro di gruppo…-

La voce della direttrice la interruppe quasi subito.

-Ma è proprio questo Celine, vedi, tu non ne sei nemmeno lontanamente consapevole, io non discuto in merito alla tua volontà lavorativa, io parlo di calore umano, di legami d’amicizia che nascono tra persone che trascorrono del tempo insieme. Le tue colleghe sono un gruppo solido, mentre tu ne sei totalmente isolata- disse stringendosi nelle spalle, poi lanciandole un’occhiata accusatoria continuò -ci sarebbe da aggiungere che non puoi vendere vestiti se non li sai indossare e per stare in una boutique d’alta moda come questa sarebbe consigliabile che perdessi almeno dieci chili. Mi dispiace davvero, ho accettato la tua candidatura in un periodo in cui una collaboratrice se n’era andata all’improvviso e avevamo bisogno di un rimpiazzo immediato, ma ora non mi sento di prolungare il contratto, non fa bene nemmeno a te lavorare in un ambiente nel quale non ti trovi a tuo agio, credimi, ho esperienza in questo campo, e poi tra poco completerai gli studi e sono certa troverai un lavoro più adatto a te-.

Con questo il discorso era chiuso, Celine capì che, qualunque fosse stata la sua risposta, ormai la decisione di quella donna era stata irrevocabilmente presa.

Si sentiva talmente male da non aver nessuna voglia di finire la sua giornata di lavoro e, anche se sapeva che in quel modo avrebbe fornito prova alla direttrice di aver ragione, non poté fare a meno di rispondere -Va bene allora preferirei congedarmi senza terminare la giornata, i miei estremi bancari li avete, quando i conti saranno pronti potrete effettuare il versamento -.

Senza nemmeno stringere la mano alla sua interlocutrice prese la porta e passando dall’uscita posteriore del magazzino si allontanò per l’ultima volta da lì.

-Maledizione!- Esclamò furente attirando lo sguardo di qualche passante.

Era successo di nuovo, anche in quest’ambiente era stata respinta da tutti, non era bastata neppure la sua buona volontà per mantenere il posto di lavoro, sembrava che nessuno volesse avere a che fare con lei.

Era sempre stato così da quando ne aveva memoria. Crescendo non aveva legato particolarmente con nessuno, i suoi genitori adottivi erano troppo anziani perché prestassero attenzione a questi dettagli e non tentarono mai di inserirla in qualche gruppo tipo scout o simili, mentre lei se ne stava di buon grado nella sua stanza a leggere, a disegnare o a giocare con Mercurio, il suo amato gatto.

Non aveva avuto amiche né alle superiori né alle medie, a parte Matteo, l’unico che le aveva rivolto la parola, che l’aveva coinvolta nelle sue avventure, aveva fatto i compiti con lei e soprattutto che l’aveva ospitata in casa sua dopo la morte improvvisa dei suoi genitori. Sarebbe stata per sempre grata a lui e sua madre per quel gesto nei suoi confronti. Era maggiorenne e sarebbe potuta restare sola abitando a Villa Vendramin, ma nessuno in realtà voleva che una neo-diciottenne vivesse sola in quella grande casa senza neppure un adulto a prendersi cura di lei, specialmente dopo l’incidente improvviso dei suoi genitori, gli amministratori del patrimonio dei Vendramin temevano che potesse cadere in depressione vista l’assenza di altri parenti.

La madre di Matteo, Luisa Sartor, era stata incredibilmente generosa ad accoglierla, ma soprattutto era stata irremovibile sui suoi studi, voleva che si diplomasse, mentre lei desiderava lavorare per non pesare sul bilancio familiare. Certo aveva a disposizione anche l’eredità lasciatale dai suoi genitori, ma quella non voleva toccarla se non per

utilizzarla in caso di spese inerenti al mantenimento della villa; in ogni caso, quando ne aveva fatta menzione, la signora Sartor si era dimostrata fortemente contraria ad accettare dei soldi. L’unica soluzione possibile era stata quella di trovare un lavoro part-time con la scusa di desiderare dei soldi propri per comprarsi vestiti e scarpe, su quello la madre di Matteo non aveva avuto nulla in contrario e lei era stata felicissima quando aveva trovato il lavoro in negozio. Ora avrebbe dovuto anche deludere lei informandola di essere stata licenziata, pur non avendo mai ricevuto pressioni in merito, le pesava dover ammettere questo fallimento. Matteo invece ne sarebbe stato contento, da quando era passato da amico a fidanzato, era diventato doppiamente protettivo nei suoi confronti e sosteneva che avrebbe fatto meglio a stare in casa a studiare e che lavorando si stancava troppo. Tuttavia non riusciva a concentrarsi su di lui o a ricavarne l’emozione del conforto che avrebbe potuto trovare tra le sue braccia, era troppo infuriata.

Provava un’enorme rabbia, quest’ennesima umiliazione la travolse, si sentiva strana e inquieta, come se una parte di sé volesse uscire allo scoperto e gridare basta, era stufa di essere la ragazza invisibile, un elemento di contorno, una nullità.

Sentiva un forte ronzio in testa, era come una voce che le urlava di piantarla di autocommiserarsi, di tirare fuori la vera se stessa. Le sembrava di avere nelle orecchie uno sciame di vespe che le dava consigli diversi, avrebbe voluto mettersi a urlare contro di loro dicendogli di tacere, ma era consapevole che in realtà nessuno le stava parlando e che doveva darsi una calmata se non desiderava che i passanti la prendessero per pazza.

-Tu non sei questo Celine- diceva una voce.
-E’ ora di scoprire davvero chi sei- diceva l’altra.
-Lascia cadere il muro che ti circonda, lascialo andare- urlava un’altra ancora.

Si nascose in una calle deserta mettendosi le mani sulle orecchie tentando di calmare le sue emozioni, doveva assolutamente allontanarsi da lì. Rimase per un po’ appoggiata contro il muro tentando di placare il suo cuore che batteva furiosamente, “rallenta”, lo implorava mentalmente, “calmati, non è successo niente di grave troverai un altro lavoro, conoscerai altre persone”…

Dopo essersi ripetuta quel mantra un paio di volte le parve di aver ripreso effettivamente il controllo di se stessa, le voci almeno erano scomparse e decise che fare due passi prima di tornare a casa le avrebbe fatto bene.

Non aveva prestato particolare attenzione al luogo in cui si stava dirigendo e a un tratto si accorse di essere in Piazza San Marco.

Celine amava quella piazza, spesso, quando abitava ancora alla villa e i suoi genitori adottivi erano ancora in vita, la sera ci veniva anche da sola con la loro barca. Amava l’atmosfera che si respirava lì la notte, quando tutti i negozi e i caffè erano chiusi e i turisti non invadevano ogni singolo spazio, quando c’era silenzio e poteva immaginare com’era vivere lì ai tempi di Casanova. Le sembrava quasi di sentire frusciare le sottane delle dame, lo schioccare dei ventagli quando si sussurravano qualcosa, con complicità, l’una nell’orecchio dell’altra, appena passava un giovane.

La piazza però le era sempre piaciuta anche di giorno con la sua cacofonia costante, le mille lingue differenti che spesso sentiva parlare contemporaneamente, i raggi del sole e la basilica illuminata dalla luce del giorno. Invece quel giorno non riusciva a godersi nessuna di quelle sensazioni, le sembrava che la sua testa stesse per spaccarsi in due.

Le voci avevano smesso di tormentarla, ma tutto il suo corpo era travolto da uno strano fremito, si osservò le mani e vide le dita tremare, le richiuse di scatto a pugno come a voler negare ciò che aveva appena visto. Era come se le sue dita stessero ardendo ed era quasi convinta che se avesse dato un pugno nel terreno avrebbe provocato un terremoto, o peggio un maremoto vista la città in cui viveva. Doveva andarsene di lì, subito, anzi forse la parola subito non rendeva abbastanza.

D’impulso si diresse verso il posto barca, dietro Piazza San Marco, dove una volta attraccavano i suoi genitori quando dalla villa venivano a Venezia. Dopo l’incidente aveva ormeggiato lì quella di riserva, ma non l’aveva mai toccata, con la disgrazia capitata ai suoi il pensiero di andare in barca la terrorizzava. Adesso non le importava, qualunque cosa sarebbe andata bene pur di fuggire, isolarsi, restare sola. Non dovette neppure fermarsi a pensare a dove sarebbe andata, avrebbe puntato dritto verso la sua vecchia casa.

Il Lido era sempre incantevole, più silenzioso di Venezia, specialmente durante l’inverno. Ormeggiò la barca e si diresse verso il cancello di Villa Vendramin che sorgeva su un terreno molto ampio e per questo era discostata dalle altre case, il sontuoso giardino si poteva quasi definire un parco.

Spingendo il cancello provò un gran senso di desolazione, si vedeva che ormai era una casa disabitata, faceva quasi un po’ tristezza.

Pensare ai divani e ai mobili coperti da teli bianchi, o al giardino morto dentro il chiostro, non le faceva paura, anzi, quella sensazione di abbandono era quasi come parte di lei, era in quel modo che la faceva sentire il resto del mondo, abbandonata, dimenticata e sola.

Si recò direttamente al chiostro, il rampicante di rose, che tanto amava sua madre, era secco, le aiuole, una volta curate alla perfezione, non erano altro che sterpi gialli ormai, sembrava quasi che da quel posto la vita fosse stata strappata, era come se i colori non ci fossero più, le appariva tutto in tonalità seppia.

Improvvisamente avvertì ancora quel senso di empatia che aveva provato per le piante avvizzite della signora Sartor, solo che ora i suoi sensi sembravano amplificati; era come se le piante stessero piangendo urlandole contro per averle abbandonate e facendole sentire tutto il loro dolore per lo stato in cui si trovavano.

Celine si sentiva sopraffatta, le sembrava che tutta la sua vita si stesse contraendo, che i respiri fossero solo aridi raschi, che l’aria sapesse di fumo acre. Non sapeva cosa le stava accadendo, sentiva in lei una strana forza e sapeva che se non l’avesse fatta scorrere sarebbe morta; che l’avrebbe fatta implodere.

Si abbandonò in ginocchio al centro del chiostro e conficcò le mani nel terreno piantando a fondo le dita, come se volesse scavare fino al centro della terra, dondolando su se stessa.

La luce che aveva intravisto quella mattina ora le aleggiava attorno, era come se stesse accarezzandola, poi con suo grande sconcerto si rese conto di essere lei stessa a emanarla, trasmettendola al terreno nel quale teneva conficcate le mani. Chiuse e riaprì gli occhi nel tentativo di liberarsi di quella che sicuramente era una visione poi, la forza del potere che sentì scorrerle dentro all’improvviso strappò ogni pensiero consapevole dalla sua mente e Celine si lasciò andare alla deriva travolta da quelle sensazioni.

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