#Teatro – La signorina Papillon di Stefano Benni

la signorina papillon gad recensioneSi è aperto lo scorso fine settimana il 68° Festival Nazionale dei Gruppi d’Arte Drammatica di Pesaro. Il primo spettacolo, Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov, è stato portato in scena da una compagnia teatrale locale, La Piccola Ribalta.

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Il Festival è una delle manifestazioni più seguite dalle Compagnie di Prosa italiane e l’ammissione alla fase finale è sempre motivo di orgoglio per le compagnie che vengono selezionate per la fase finale. Per informazioni sul Festival e sui prossimi spettacoli in programma vi rimando al sito, www.festivalgadpesaro.it.

Ieri sera è stata la volta di La signorina Papillon, un testo di Stefano Benni portato in scena dalla Compagnia Stabile del Leonardo di Carbonera (Treviso) con la regia di Giovanni Handjara.

La signorina Rose Papillon vive nel piccolo mondo del suo giardino, dove coltiva rose, colleziona farfalle, scrive sul suo diario e parla con il fedele ma un tantino impagliato pappagallo, che quando era in vita conosceva a memoria tutto Mallarmé. Potrebbe sembrare ingenua e indifesa, ma in realtà ha il suo caratterino.

A disturbare il suo piccolo angolo di paradiso tre personaggi che pian piano si caratterizzano come agenti di una dimensione onirica, che da un certo punto in poi non ci sono dubbi sia un incubo: il conte Armand, sergente di una loggia simil-massonica, il famoso poeta Millet travestito da giardiniere e la civettuola cugina Marie Luise, una donna spregiudicata e ambigua che chiama Rose “bietola”, rinfacciandole di essere una povera campagnola ingenua niente affatto adatta alla vita di Parigi. Tutti e tre vogliono portarla con sé a Parigi, l’antitesi del giardino idilliaco di Rose: una città viva e pulsante, ricca di movimento, dove le donne sono ciniche e succede di tutto, compresi inganni e delitti.

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La Parigi di Benni non è la vera e propria città francese, ma una dimensione surreale che rappresenta un luogo dell’anima. La signorina Papillon potrebbe essere collocata alla fine dell’800 per gli abiti, ma anche nel nostro tempo, visto che è evidente l’intenzione di ambientarvi fatti e misfatti che potrebbero tranquillamente corrispondere a quelli del nostro presente. Si tratta insomma un teatro dell’assurdo, tra sogno e incubo, fantasia e realtà, non è ben chiaro cosa faccia parte di un sogno di Rose o cosa sia accaduto davvero, sempre ammesso che non si tratti interamente di un sogno. Forse lo scopo di Benni è proprio questo: rappresentare sotto metafora le ipocrisie e le follie di una società cinica e disincantata, in evidente decadenza e imbarbarimento, tra complotti e delitti.

Il vulcanico virtuosismo linguistico di Stefano Benni, ha reso lo spettacolo un carosello vorticoso e multicolore che fa ridere e girare la testa.  Le parole, talora difficili ma appropriatamente costruite, sempre disposte come in un perpetuo scioglilingua, con il loro supremo potere caotico, sono le vere protagoniste, tessono dialoghi ricchi, taglienti, frenetici, edificano mondi, alterano realtà, identità, ruoli, rifondano valori e disvalori.

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