Italo Calvino e Il cavaliere inesistente a 30 anni dalla morte – P2

Italo Calvino, 30 anni dalla morte Il cavaliere inesistenteCome dicevo nel post di ieri, in cui trovate un’introduzione al Cavaliere inesistente e ai Nostri antenati, ho voluto ricordare Italo Calvino a trent’anni dalla sua morte parlando di un libro che adoro e che mi ha avvicinato, quando ancora ero bambina, a uno dei più grandi scrittori mai esistiti (ma non dimentichiamoci che fu anche il responsabile dell’Ufficio Stampa della casa editrice Einaudi).

All’origine di ogni storia di Calvino c’è un’immagine che gli gira per la testa, e che solo scrivendo si sviluppa in una storia. “Sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano con sé”. Man mano che scrive la storia però, è la parola scritta a prendere le redini, fino a diventare sempre più decisiva: “sarà la scrittura a guidare il racconto nella direzione in cui l’espressione verbale scorre più felicemente, e all’immaginazione visuale non resta che tenerle dietro” (Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori, Milano 2011, pp. 90-91).

L’immagine che dà vita al Cavaliere inesistente, un’armatura vuota che cammina e agisce con grande razionalità, si identifica a poco a poco durante la stesura della storia con un nodo di riflessioni che gli turbinano in testa: Calvino si trova in un periodo storico in cui l’individualità è negata, l’uomo è ridotto a “un’astratta somma di comportamenti prestabiliti”, proprio come Agilulfo, a cui sono negati la dimensione corporale, le passioni, gli istinti, i sentimenti… e la sua esistenza (o forse dovremmo dire inesistenza) è dovuta a un accumulo di razionalità che fa sì che egli faccia ogni cosa esattamente come dovrebbe essere fatta: maniacalmente ligio ai suoi doveri, non è solo valoroso in battaglia come si vuole a un buon cavaliere, ma compie con precisione matematica anche le mansioni burocratiche, come sovrintendere alla distribuzione del rancio o seppellire i cadaveri. Egli sa perfettamente come vada eseguita ogni minima cosa e rimprovera continuamente le mancanze altrui. Anche se non mangia, dato che non ha corpo, adempie al cerimoniale dei banchetti di Carlo Magno con la stessa cura meticolosa che esplica in ogni altro cerimoniale.

Sono gli anni dell’industrializzazione e del boom economico, gli anni in cui è la borghesia a dettare le regole del buon comportamento:

Dall’uomo primitivo che, essendo tutt’uno con l’universo, poteva esser detto ancora inesistente perché indifferenziato dalla materia organica, siamo lentamente arrivati all’uomo artificiale che, essendo tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporto con ciò che (natura o storia) gli sta intorno, ma solo astrattamente “funziona”.

(Postfazione ai Nostri Antenati, p. 415 Oscar Mondadori).

L’uomo non conosce più il suo vero io, perché non ha più rapporto con le cose che lo circondano, e tantomeno con se stesso. È costretto a muoversi in un mondo dove ogni sua azione è già prestabilita da un codice di regole e comportamenti, dove egli non è più un individuo, ma funzione di se stesso.

Mi sono concentrata su Agilulfo, ma Il cavaliere inesistente racconta la storia di altri personaggi: Rambaldo, Bradamante, Torrismondo, Sofronia, sì, proprio quelli delle Chanson de geste, visti in un ottica dissacrata e un po’ particolare. Molti sarebbero i temi di cui discutere, come la presenza dell’io nella narrazione, la “giravolta narrativa” del finale… Magari un’altra volta 😉

Italo Calvino e Il cavaliere inesiste a 30 anni dalla morte #Calvino30

Italo Calvino - 30 anni dalla morte

Trent’anni fa nella notte tra il 18 e il 19 settembre Italo Calvino moriva a Siena a causa di un ictus. Per ricordare uno dei più grandi scrittori italiani, che non ho mai nascosto essere tra i miei preferiti in assoluto, ho pensato di focalizzarmi su Il cavaliere inesistente, che insieme a Il visconte dimezzato Il barone rampante (raccolti insieme ne I nostri antenati) è l’opera che mi ha avvicinato a Calvino in principio.

I nostri antenati sono le prime tre storie fantastiche che ha scritto (seguiranno poi Le città invisibili, Marcovaldo, Le cosmicomiche, Ti con zero, Se una notte d’inverno un viaggiatore…). La sua carriera incomincia infatti con una spinta propulsiva verso il romanzo neorealistico (ricorderete senz’altro Il sentiero dei nidi di ragno), che però gli viene meno:

Così provai a scrivere altri romanzi neorealistici, su temi della vita popolare di quegli anni, ma non riuscivano bene, e li lasciavo manoscritti nel cassetto. […]. Era la musica delle cose che era cambiata: la vita sbandata del periodo partigiano e del dopoguerra s’allontanava nel tempo […]. La realtà entrava in binari diversi, esteriormente più normali, diventava istituzionale; le classi popolari era difficile vederle se non attraverso le loro istituzioni e anch’io ero entrato a far parte d’una categoria regolare: quella del personale intellettuale delle grandi città, in abito grigio e camicia bianca. […]. Ed ecco che scrivendo una storia completamente fantastica, mi trovavo senz’accorgermene a esprimere  non solo la sofferenza di quel particolare momento ma anche la spinta a uscirne; cioè non accettavo passivamente la realtà negativa ma riuscivo a rimettervi movimento, la spaccherai, la crudezza, l’economia di stile, l’ottimismo spietato che erano stati della letteratura della Resistenza”.

Il titolo I nostri antenati sottolinea il legame di queste vicende, seppur così irreali, con la realtà presente: un visconte tagliato a metà, un barone che vive sugli alberi e un cavaliere inesistente tutto potrebbero essere fuorché nostri antenati, eppure come noi sono coinvolti in un’ostinata ricerca di sé e in un arduo confronto con il mondo.

Questi nobili da favola vivono rapporti inconsueti con la realtà, attraverso i quali Calvino intende rappresentare allegoricamente determinati aspetti della condizione umana. Nel Visconte dimezzato la scissione di cui l’uomo contemporaneo soffre: Medardo ritorna in patria dopo una crociata diviso in due parti da una palla di cannone, il Gramo e il Buono. Ognuna delle due parti agisce in maniera indipendente in maniera del tutto erronea, finché non vengono ricucite, riportando Medardo alla normalità di ogni uomo, fatta della commistione di bene e male.

Cosimo, “il barone rampante”, sceglie di trascorrere la sua vita sugli alberi senza più mettere piede a terra, dichiarando che  “chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”. Siamo di fronte a un alter ego di Calvino: l’intellettuale che sceglie la strada della separazione dal mondo, per poterlo comprendere meglio.

Ed eccoci arrivati al nostro Agilulfo, di professione cavaliere inesistente, armatura priva di corpo tenuta in vita da una concentrazione di pensiero e razionalità, allegoria della vita vuota, fatta di un succedersi di gesti convenzionali, quasi artificiali. Siamo nel periodo in cui la concezione di Calvino sulla funzione dell’intellettuale si incupisce nel pessimismo: c’è ancora posto per l’intellettuale che è salito sugli alberi per guardare meglio il mondo? Si può vivere di sola razionalità? La risposta è alla fine del romanzo: Agilulfo si dissolve nel nulla.

L’atmosfera magico-fantastica in cui Calvino immerge le sue opere è ben lungi da essere estranea alla realtà, al contrario presenta continui riferimenti al mondo contemporaneo, ai problemi ideologici e agli interrogativi esistenziali di un uomo che si sente alienato. L’evasione fiabesca non è un rifugio del mero fantasticare per aggirare o evadere la realtà, ma è la volontà di rappresentarla attraverso connotati allegorico-simbolici.

Mi accorgo di averla fatta troppo lunga e di aver solo introdotto Il cavaliere inesistente! Vedete cosa succede quando parlo di Calvino?? Direi che per oggi chiudo qui per non appesantirvi, e magari ne riparliamo domani. 😉

In vendita la casa del grande Gatsby.

La villa che ispirò a F. S. Fitzgerald il suo capolavoro letterario.

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Possiedi qualche milione di dollari e proprio non sai che farne? Da oggi puoi comprare la villa dove Francis Scott Fitzgerald ha scritto Il grande Gatsby. Si, hai sentito bene: la villa di Long Island dove lo scrittore e sua moglie Zelda hanno vissuto dall’ottobre del 1922 all’aprile del 1924 è in vendita, al costo di 3,9 milioni di dollari.

Un prezzo più che giustificato se si pensa alle dimensioni della casa (che ha sette stanze da letto e sei bagni) e soprattutto al suo grande valore letterario.

Infatti, anche se la villa all’epoca era molto più modesta (tant’è che Fitzgerald scriveva in un piccolo ufficio ricavato sopra il garage), è sicuro che abitarci gli abbia ispirato l’opulenza degna di un americano Trimalcione che è il tratto distintivo della vita di Gatsby, anche perché si trovava vicino a ville enormi e appariscenti.

Continua a leggere qui.

Emily Brontë, “Cime tempestose”, l’edizione della Penguin Classics

«I’ve dreamt in my life dreams that have stayed with me even after, and changed my ideas; they’ve gone through and through me, like wine through water, and altered the colour of my mind».

«Ho sognato nella mia vita sogni che son rimasti sempre con me, e che hanno cambiato le mie idee; son passati dentro e attraverso di me, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente». (Cathy a Nelly Dean, cap. IX).

Pride and prejudice, Penguin Classics

«Ora mi degraderebbe sposare Heathcliff, così non saprà mai quanto io lo ami: e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è più me stessa di quanto non lo sia io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono la medesima cosa; e quella di Linton è diversa quanto un raggio di luna da un lampo, o il gelo dal fuoco». (cap. IX).

Pride and Prejudice, Penguin Classics

«Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile». (cap. IX).

Pride and Pejudice, Penguin Classics

«Io vorrei che mi dicessi, in tutta sincerità, se Catherine soffrirebbe molto per la sua perdita: è ciò, che mi trattiene. E qui, vedi, sta la differenza tra i nostri sentimenti: se lui fosse stato al mio posto e io al suo, sebbene io lo odii di un odio che mi ha avvelenato tutta la vita, non avrei mai alzato una mano sopra di lui. Padronissima di non credermi, se vuoi. Io non lo avrei mai allontanato dalla sua compagna, finché a lei fosse piaciuto. Al momento stesso in cui Cathy non gli avesse più voluto bene, gli avrei strappato il cuore e bevuto il sangue: ma fin là, e se non mi credi non mi conosci, ma fin là sarei morto ad oncia ad oncia prima di torcergli un capello!» (cap. XIV)

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Cime tempestose è stato pubblicato nel 1847 con lo pseudonimo di “Ellis Bell”, e fin da subito è stato elogiato da alcuni critici per la sua originalità, mentre dall’altra molti l’hanno condannato per le scene di crudeltà e per la mancanza di moralità, per lo meno quella convenzionale dell’epoca.

Molte copie le vendette per associazione con il libro scritto da sua sorella Charlotte, Jane Eyre, che nel 1947 fu uno dei maggiori best seller. Non ne raggiunse però le vendite, almeno fino al ventesimo secolo, quando incominciò ad avere più successo tra la massa e i critici, che iniziarono a stimarlo come meritava.

Non esiste nessun manoscritto di Cime tempestose. Gli editori quindi scelgono in genere tra il riportare la prima o la seconda edizione del testo. La prima, pubblicata nel Dicembre 1847 da Thomas Newby, che è quella che la Penguin ha deciso di adottare, necessita comunque di amendare alcuni errori di stampa. Altri editori scelgono la seconda edizione perché è quella che ha avuto maggior favore presso il pubblico, sebbene sia stata pesantemente modificata, nella punteggiatura, nella sintassi e nelle espressioni, da Charlotte Brontë.

Wuthering Heights, first edition cover
Frontespizio della prima edizione di “Wuthering Heights”.

 

Il fascino di Cime tempestose.

Cime tempestose è stato riadattato in numerosi pellicole cinematografiche, opere teatrali, musical e sequel. Tutte queste reinterpretazioni hanno in comune una cosa: vedono, nella storia di Heathcliff e Cathy, la quintessenza della storia d’amore romantica. In realtà, la loro, è una passione quasi incestuosa, scandalosa e morbosa tra una persona cattiva e una egoista oltre ogni misura. Per quanto mi riguarda, è questo lato dark che conferisce Cime tempestose il suo fascino, insieme alla bellezza di un amore talmente forte, talmente folle, di due persone che si appartengono a tal punto che non riescono a non stare insieme o a non ferirsi a morte reciprocamente. Cime tempestose è un libro dalla natura definitivamente, completamente e decisamente inquietante. Suscita un tormento emozionale che rimane irrimediabilmente irrisolto dall’inizio alla fine.

 

La Biblioteca di Babele.

jorge luís borges, la biblioteca di babele, commentoLa settimana scorsa mi è capitato di imbattermi in una notizia: un tale di New York ha creato la versione digitale della biblioteca di Babele. Scrivendo un’articolo a riguardo (lo potete leggere qui) mi si è riaffacciato in mente il grande fascino che avevo provato leggendo il racconto di Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele, che fa parte della raccolta Finzioni, scritta tra il 1935 e il 1944. 

La Biblioteca di Babele è composta da un numero infinito di stanze esagonali che si succedono tutte uguali, in un ordine immutabile.

“L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.”

Se la biblioteca è metafora dell’universo, allora l’Ordine immutabile identico in ogni stanza, tanto che ognuna sembra lo specchio della precedente, non gli si addice del tutto, perché il mondo racchiude in sé una piccola componente di ordine, mentre grande parte è Caos! Ma, a ben guardare, la casualità c’è. Infatti ogni libro è composto da 410 pagine in cui si succedono caratteri combinati casualmente. Ciò significa che, per il calcolo delle probabilità, tra la serie infinita di caratteri senza significato alcuno si possono trovare anche parole o frasi di senso compiuto. Anzi, più di così: nella biblioteca sono conservati tutti i libri che sono stati scritti e che saranno scritti in ciascuna lingua. Compreso il libro che racchiude la Verità, il senso di tutte le cose.

“A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giu­stificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano I libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi Stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità cheun uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero. 

[….]

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavane stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i “tesori” che la frenenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosi enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché Ia Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.”

Quello che è incredibilmente affascinante in questo racconto, è la visione del mondo che se ne ricava: l’universo è troppo grande e complesso perché gli uomini possano comprenderlo, e ogni tentativo di afferrarne il senso li porta alla frustrazione, alla disillusione e persino alla pazzia.

“La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli sim­boli che La mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.”

 

 

La Recensione: Grazia Deledda, “Canne al vento”.

« […] Perché la sorte ci stronca così, come canne?

– Sì – egli disse allora, – siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento». P. 259.

canne al vento, grazia deledda, recensione

Ho deciso di approfittare della collana “900 italiano” di Mondadori, in uscita con i periodici, per leggere finalmente alcuni romanzi che hanno fatto la storia del Novecento e che non avevo mai letto. Tra cui, appunto, Canne al vento di Grazia Deledda, l’unica donna italiana ad aver vinto, nel 1926, il Premio Nobel per la Letteratura.

La collana “900 italiano” è stata ideata per riproporre le 100 opere che più hanno saputo raccontare la letteratura, gli eventi e l’atmosfera del secolo passato.

canne al vento - passato

«Perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’aiuto di Dio». P.7.

Uscito a puntate su L’illustrazione italiana dal 12 gennaio al 27 aprile 1913, Canne al vento venne poi stampato integralmente nella sua prima edizione dai Fratelli Treves di Milano qualche mese dopo.

fiume«La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca». P. 185.

« – Adattarsi, bisogna – disse Efix versandogli da bere. – Guarda tu l’acqua: perché dicono che è saggia? perché prende la forma del vaso ove la si versa». P. 66.

«L’uomo è fatto così: buono e cattivo, buono e cattivo: eppoi si è sempre disgraziati. Anche i ricchi, spesso, son disgraziati». P. 256.

 

 

 

 

 

 

Canne al vento è ambientato in un paesino rurale della Sardegna. Racconta di una società arcaica, chiusa in una anacronistica divisione in classi, narrata da un servo fedele, Efix, che rimane con le sue padrone, le ormai decadute Dame Pintor, anche se queste non possono più permettersi di pagarlo. Il loro padre, Don Zame, le aveva tenute segregate in casa come un carceriere, precludendole ogni possibilità di trovare marito, finché una delle quattro sorelle non era fuggita di casa, sposando poi un pover uomo. Dal dolore e dall’umiliazione Don Zame aveva perso tutto prima di morire, lasciando le altre tre figlie povere e zitelle. Ingrigite nella loro quotidianità sempre uguale, la vita delle dame Pintor viene sconvolta dall’inaspettato arrivo di Giacinto, il figlio di quella sorella che non avevano mai perdonato.

«Donna Cristina è morta; il viso pallido delle figlie perde un poco della sua serenità e la fiamma in fondo agli occhi cresce: cresce a misura che don Zame, dopo la morte della moglie, prende sempre di più l’aspetto prepotente dei Baroni suoi antenati, e come questi tiene chiuse dentro casa come schiave le quattro ragazze in attesa di mariti degni di loro. E come schiave esse dovevano lavorare, fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e sopratutto non dovevano sollevar gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato per loro sposo. Ma gli anni passavano e lo sposo non veniva». Pp. 15-16.

Giacinto è quindi il deus ex machina della vicenda, con la sua innocenza e incoscienza insieme rovina ancora di più la famiglia indebitandosi per gioco e frequentando una povera ragazza senza genitori.

Le Dame Pintor e Efix sono come canne in balia della sorte del vento:  percossi ostinatamente dalle loro vite sono destinati a rimanere ostinatamene radicati nel loro terreno: la casa, ombra di sé stessa nel tempo degli antichi fasti, e il poderetto.

Il punto di vista di tutta la vicenda è quello del fedele Efix, servo della famiglia Pintor da tutta una vita. L’affetto che lo lega alle sue padrone è tanto che non può morire finché non vede compiuti i suoi disegni di felicità per loro, come esse meritano.

Attraverso questo personaggio, di una semplicità grandiosa, veniamo in contatto con la superstizione popolare, che di giorno vede gli uomini padroni della terra con il lavoro dei campi, mentre la notte è in balìa di folletti e fantasmi.

Grazia Deledda è stata collocata da alcuni nella corrente verista, centrale in quegli anni. Se è vero che il soggetto, di cui Efix è narratore e protagonista, si riconduce agli schemi del verismo, tutt’altro che “verista” è lo spirito con cui la storia è narrata. Mi sembra quasi di cogliere un’impronta della letteratura russa: Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, nella delicatezza con cui viene trattata l’interiorità dei personaggi, i loro dolori, insieme ad alcuni temi come il male di vivere e il senso della colpa da espiare.

«Dopo la morte di don Zame, Efix era rimasto con le tre dame per aiutarle a sbrigare i loro affari imbrogliati. I parenti non si curavano di loro, anzi le disprezzavano e le sfuggivano; esse non eran capaci che delle faccende domestiche e neppure conoscevano il poveretto, ultimo avanzo del loro patrimonio.

– Starò ancora un anno al loro servizio – aveva detto Efix, mossò a pietà del loro abbandono. Ed era rimasto vent’anni.

Le tre donne vivevano della rendita del potere coltivato da lui. Nelle annate scarse donna Ester diceva al servo, giunto il momento di pagarlo (trenta scudi all’anno e un paio di scarponi):

– Abbi pazienza, per l’amor di Cristo: il tuo non ti mancherà.». P.19.

 

Editore: Mondadori. Collana 900 italiano.

Pagine: 285.

Formato: 13,5 x 19 cm. Rilegatura rigida. Copertina in cartoncino ruvido. Al centro dell’immagine c’è un riquadro bianco con indicazioni di autore, titolo, collana e citazione. Niente fogli di guardia.

Giudizio complessivo: ♥♥♥♥♥

100 libri da leggere almeno una volta nella vita. Quali di questi hai letto?

100 libri da leggere almeno una volta nella vita

La BBC lo scorso anno ha stilato una lista di 100 libri da leggere almeno una volta nella vita. A me è capitata sotto gli occhi solo ora, e mi scuso se ritiro fuori cose “vecchie”, ma mi sembrava carina.

È una lista ben studiata, adatta a tutte le età e ad ogni tipo di gusto letterario, che comprende opere di varie nazioni, di cui molte sono italiane, tra grandi classici, fantasy, romanzi. Ci sono dei libri che secondo voi sarebbero stati da aggiungere a questa lista? Io per esempio avrei tolto Il Codice da Vinci, che per quanto abbia suscitato grande clamore e sia un thriller avvincente, non rientra, secondo me, tra i libri che bisogna assolutamente leggere. Avrei invece aggiunto Harry Potter, che è un classico moderno.

L’allarmante stima della BBC è che la maggior parte delle persone ha letto in media solo 6 titoli su 100. Cerchiamo di alzare il risultato, dimostrando che ci sono persone che ne hanno letti ben più di 6, che ne dite?

Qui di seguito vi riporto la lista con accanto il simbolo V se ho letto il libro, e la X se l’ho incominciato ma non sono riuscita a finirlo, perché l’ho trovato troppo pesante. Voi potete fare la stessa cosa, sul vostro blog o qui nei commenti.

Secondo le istruzioni dovrete indicare in quale blog avrete trovato la lista (io in Il Blog che Vorrei).

Ricordatevi:

V: Letto

X: Non Finito

  1. Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen  V
  2. Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien   V
  3. Il Profeta – Kahlil Gibran 
  4. Harry Potter – JK Rowling   V
  5. Se questo è un uomo – Primo Levi   V
  6. La Bibbia   X
  7. Cime Tempestose – Emily Bronte   V
  8. 1984 – George Orwell   V
  9. I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni   V
  10. La Divina Commedia – Dante Alighieri   V (solo a scuola)
  11. Piccole Donne – Louisa M Alcott    V
  12. Lessico Familiare – Natalia Ginzburg   V
  13. Comma 22 – Joseph Heller
  14. L’opera completa di Shakespeare   mezza V (non ho assolutamente letto tutto Shakespeare)
  15. Il Giardino dei Finzi Contini – Giorgio Bassani   V
  16. Lo Hobbit – JRR Tolkien   V
  17. Il Nome della Rosa – Umberto Eco   V
  18. Il Gattopardo – Tommasi di Lampedusa   V
  19. Il Processo – Franz Kafka
  20. Le Affinità Elettive – Goethe
  21. Via col Vento – Margaret Mitchell    V
  22. Il Grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald  V
  23. Bleak House – Charles Dickens
  24. Guerra e Pace – Leo Tolstoy   X
  25. Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams
  26. Brideshead Revisited – Evelyn Waugh
  27. Delitto e Castigo – Fyodor Dostoyevsky  V
  28. Odissea – Omero  mezza V (a scuola in greco)
  29. Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll  V
  30. L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera  V
  31. Anna Karenina – Leo Tolstoj  V
  32. David Copperfield – Charles Dickens  V
  33. Le Cronache di Narnia – CS Lewis (è incredibile ma ancora non l’ho letto!!!)
  34. Emma – Jane Austen   V
  35. Cuore – Edmondo de Amicis   V
  36. La Coscienza di Zeno – Italo Svevo  V
  37. Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini  V
  38. Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere
  39. Memorie di una Geisha – Arthur Golden  V
  40. Winnie the Pooh – AA Milne
  41. La Fattoria degli Animali – George Orwell   V
  42. Il Codice da Vinci – Dan Brown   V
  43. Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez  V
  44. Il Barone Rampante – Italo Calvino   V
  45. Gli Indifferenti – Alberto Moravia   V
  46. Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar
  47. I Malavoglia – Giovanni Verga   V
  48. Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello  V
  49. Il Signore delle Mosche – William Golding  (è nella mia lista di libri da leggere)
  50. Cristo si è fermato ad Eboli – Carlo Levi
  51. Vita di Pi – Yann Martel  (anche questo è sulla mia lista)
  52. Il Vecchio e il Mare – Ernest Hemingway   X
  53. Don Chisciotte della Mancia – Cervantes   V
  54. I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe   V
  55. Le Avventure di Pinocchio – Collodi   V
  56. L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon  (è sul mio comodino ora!)
  57. Siddharta – Hermann Hesse   V
  58. Il mondo nuovo – Aldous Huxley  V
  59. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon
  60. L’Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez
  61. Uomini e topi – John Steinbeck
  62. Lolita – Vladimir Nabokov   V
  63. Il Commissario Maigret – George Simenon
  64. Amabili resti – Alice Sebold
  65. Il Conte di Monte Cristo – Alexandre Dumas   V
  66. Sulla Strada – Jack Kerouac  (sulla mia lista)
  67. La luna e i Falò – Cesare Pavese  V
  68. Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding  V
  69. I figli della mezzanotte – Salman Rushdie
  70. Moby Dick – Herman Melville  V
  71. Oliver Twist – Charles Dickens  V
  72. Dracula – Bram Stoker  V
  73. Tre Uomini in Barca – Jerome K. Jerome
  74. Notes From A Small Island – Bill Bryson
  75. Ulisse – James Joyce   X (chi l’ha finito??)
  76. I Buddenbroock – Thomas Mann
  77. Il buio oltre la siepe – Harper Lee
  78. Germinale – Emile Zola   V
  79. La fiera delle vanità – William Makepeace Thackeray  V
  80. Possession – AS Byatt
  81. A Christmas Carol – Charles Dickens  V
  82. Il Ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde  V
  83. Il Colore Viola – Alice Walker  (sulla mia lista)
  84. Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro
  85. Madame Bovary – Gustave Flaubert   V
  86. A Fine Balance – Rohinton Mistry
  87. Charlotte’s Web – EB White
  88. Il Rosso e il Nero – Stendhal   X
  89. Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle   V
  90. The Faraway Tree Collection – Enid Blyton
  91. Cuore di tenebra – Joseph Conrad   V
  92. Il Piccolo Principe– Antoine De Saint-Exupery  V
  93. The Wasp Factory – Iain Banks
  94. Niente di nuovo sul fronte occidentale – Remarque
  95. Un Uomo – Oriana Fallaci   V
  96. Il Giovane Holden – Salinger
  97. I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas  V
  98. Amleto– William Shakespeare   V
  99. La fabbrica di cioccolato – Roald Dahl
  100. I Miserabili – Victor Hugo   V

Benissimo, se ho contato bene, ne ho letti 58! E voi?