Recensione #62 : Anna Rambaldi, Il doppio perfetto

Anna Rambaldi, Il doppio perfetto recensione Anna Rambaldi, Il doppio perfetto recensione

Il doppio perfetto di Anna Rambaldi è un romanzo breve, una brillante opera d’esordio di una scrittrice che ha dalla sua un’indubbia abilità con la penna.

Il protagonista della storia è un architetto professore che durante una visita di piacere in un paesino vicino a Venezia viene erroneamente scambiato per un avvocato al quale assomiglia in maniera straordinaria. Sia il protagonista che la storia sono reali: il professore è un amico di famiglia della scrittrice, e questo scambio di identità gli è davvero accaduto. Una storia veramente curiosa, non è vero?

Anna Rambaldi ce la racconta con un coinvolgimento personale appassionato e divertente, commovente nel finale, che si coglie perfettamente. La narrazione scorre magistralmente con un lessico ricco ma non ridondante, con i periodi ben strutturati e con descrizioni vivide ed efficaci, soprattutto nei tratti dei personaggi e nelle descrizioni culinarie, che abbondano. Si vede che la scrittrice è un amante del buon cibo, e sapete come la penso io: cibo e letteratura si sposano perfettamente!

Qualche piccolo neo però c’è: la storia, indubbiamente curiosa, non è tuttavia così comica come viene descritta, e soprattutto non vedo il motivo della tanta ansia del professore, costretto addirittura a chiamare in suo soccorso un suo amico, perché lo scambio di identità lo inquieta, almeno secondo me, oltre misura.

Tuttavia Il doppio perfetto mi sembra un ottimo esordio, e sono certa che presto seguiranno romanzi ancora più intriganti di questo, non appena la scrittrice troverà la storia giusta da raccontare! 🙂

Anna Rambaldi, Il doppio perfetto. Ebook, 3,49 €, 41 pp.

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Recensione #61: Silvia Tesio, Ama ciò che sei

recensione del libro ama ciò che sei di silvia testoAma ciò che sei  incomincia con una telefonata. A rispondere è Marta, una donna di successo nei suoi quarant’anni, che vive a Parigi facendo la fotografa. A telefonare è sua madre, una donna che capiamo subito Marta non sopporta, la ritiene vittimista e piagnucolosa. Andrea sta morendo e chiede di vederla il prima possibile, per poterla salutare un ultima volta. Eppure Marta non lo vede da più di vent’anni…

Chi è Andrea lo scopriamo a poco a poco: Andrea è una donna dai capelli rossi ricci, ma Marta guarda quei capelli, come le unghie curate dallo smalto scarlatto, con un certo sconcerto. L’ultima volta che lo ha visto, infatti, era un uomo. Andrea era il suo vicino di casa e migliore amico fin da bambini, insieme hanno condiviso le brutture delle loro famiglie, che in modi diametralmente opposti hanno esercitato su di loro violenze psicologiche, di quelle che lasciano il segno.

Marta lo amava, anche se Andrea parlava di sè al femminile, provava i suoi vestiti e i trucchi di sua madre quando in casa non c’era nessuno. Andrea non aveva mai nascosto di sentirsi donna intrappolata in un corpo da uomo, ma Marta non l’aveva voluto capire, cieca nel suo amore. Eppure avevano condiviso un momento intimo e lei era rimasta incinta, appena diciassettenne….

Silvia Tesio è un’abile narratrice che tesse in maniera sottile una trama ricca di segreti e non detti, che si incastrano tra loro come un domino: svelandone uno ne viene alla luce un altro. Il vero protagonista di questo romanzo non è Marta, che parla in prima persona, né Andrea, di cui leggiamo i diari, in cui dalle espressioni senza peli sulla lingua emergono pensieri shoccanti. Il vero protagonista è il dramma della ricerca di sé stessi, della propria identità, spesso resa offuscata dalle piccole e grandi tragedie che viviamo all’interno di una famiglia che non è felice, per un motivo o per un altro. E l’infelicità di una famiglia risucchia anche la tua di felicità, gravata dalla non comunicazione o dal non sentirsi accettati proprio dalle persone che ti dovrebbero amare incondizionatamente.

Silvia Tesio è una scrittrice dai temi profondi e dalle parole delicate, che riesce a entrarti nel cuore grazie a un linguaggio semplice e chiaro, ma che non scade mai nel banale. Ama ciò che sei è un viaggio all’interno dell’interiorità di due persone che fa riflettere. Ve lo consiglio.

silvia tesio ama ciò che sei recensione

Silvia Tesio, Ama ciò che sei. Mondadori, 168 pp, €18. Data di pubblicazione: 22 settembre 2015. ♥♥♥

Recensione #60: Elif Shafak, Le quaranta porte

Elif Shafak Le quaranta porte recensione

Che immenso spreco, se anche un solo giorno nella tua vita è identico al precedente. Ogni momento, a ogni respiro, dobbiamo rinnovarci e poi rinnovarci ancora. Vi è un solo modo per rinascere a nuova vita: morire prima della morte.

Ella è una donna di quarant’anni con una figlia già adulta e due gemelli adolescenti, ha una bella casa, un cane e ha una grande passione per la cucina, che esprime preparando ogni giorno un elaborato menù per la cena della sua famiglia. Il marito la tradisce da anni. Ella ne è consapevole, ma preferisce nascondere la testa sotto la sabbia. Così come nasconde agli altri e a se stessa la sua profonda infelicità.

Finché un giorno qualcosa dentro di lei non incomincia a cambiare in maniera irreversibile: si trova a leggere un libro, La dolce eresia, scritto da un sufi, Aziz Z. Zahara, che racconta l’incontro del poeta Rumi, realmente esistito, con il derviscio errante Shams. Un incontro che si può definire un grande amore (con nessuna implicazione sessuale però) che cambia la vita di entrambi. Ispirata dalle profonde parole dello scrittore, Ella è spinta a contattarlo per email, dando avvio a un intenso scambio di pensieri.

Le quaranta porte è un libro profondo, ricco di significati che spingono a riflettere su temi fondamentali, soprattutto quello dell’amore. Che cos’è l’amore? Almeno la metà di noi se lo domanda ogni giorno. E non parliamo di quello tra uomo e donna ma di un livello più alto e profondo dell’amore. L’amore è qui messo in campo in maniera delicata, ma allo stesso tempo è il protagonista di tutto il libro: un amore pure, un amore religioso, un amore che travalica ogni confine.

Elif Shafak è una famosa scrittrice turca, la più letta nel suo paese e tradotta in più di trenta lingue. L’elemento più bello dei suoi libri a mio parere è l’armonia con cui convergono il mondo occidentale e orientale, soprattutto parlando di religione: i personaggi cristiani convivono con quelli musulmani, e la stessa religione islamica è presentata nella sua accezione più nobile, che tra l’altro è molto vicina al cristianesimo.

Elif Shafak, Le quaranta porte. BUR, prima edizione 2009. 451 pp, 11€. ♥♥♥♥

Recensione #59 – James A. Moore, Seven Forges

seven forges recensioneQuesta settimana mi è capitato di leggere per lavoro un libro non ancora pubblicato in Italia, ma ho pensato: perché non scrivervi lo stesso una recensione dato che sono sicura che una buona parte di voi leggono anche in inglese? 🙂 Soprattutto perché l’ho trovato un libro molto interessante.

Vi riassumo l’inizio:

Merros Dulver avanza faticosamente a cavallo nella neve. Al suo fianco Wollis, il suo fedele braccio destro. Sono mercenari assoldati dal mago e consigliere dell’Impero Desh Krohan per esplorare le Blasted Lands, la grande distesa di terra fredda a nord dell’Impero che contiene le Seven Forges, montagne di roccia vulcanica nera che scintillano nell’oscurità, visibili anche da grandi distanze.

Ad un certo punto vengono attaccati dai terribili Pra-Moresh, enormi e pericolose creature. Molti uomini della scorta perdono la vita, e la situazione sembra essere diventata critica quando appare un uomo gigantesco dalla pelle grigia in sella a una bestia mostruosa, che agita in aria un’arma che assomiglia a un’enorme sega e ne uccide quattro in poche mosse. Sono salvi. L’uomo parla una lingua sconosciuta, ma le tre Sorelle, assistenti di Desh Krohan, fanno un incantesimo in modo che possa comunicare con Merros.

L’uomo misterioso, che porta un velo sulla faccia così che non se ne possano vedere i lineamenti, si chiama Drask Silver Hand. Ha infatti una mano di acciaio che muove come se fosse carne della sua carne! Dice di venire dalle Seven Forges, che nessuno sapeva fossero abitate, e di essere stato mandato dagli dei per cercare Merros Dulver, e condurlo dal suo popolo…

Seven Forges è un fantasy ambientato in una terra fantastica che ricorda il medioevo per gli abiti, i cavalli, le spade e la presenza di un Imperatore che regna su vari reami. In più, però, c’è la magia, una magia potente che può fare qualunque cosa se si è disposti a pagarne il prezzo.

Motore di tutta la vicenda è la scoperta di un popolo misterioso, i Sa’ba Taalor, che vivono nel posto più inospitale del mondo, le Blasted Lands, enorme distesa ghiacciata e in perenne semioscurità. I Sa’ba Taalor sono enormi, la loro pelle è grigia, i loro occhi ardono nell’oscurità e non si sa cosa celano sotto il velo che gli copre il viso. Le loro usanze sono insolite e in qualche modo primitive: sia gli uomini che le donne, addestrati al combattimento fin dai primi anni di età, risolvono ogni conflitto combattendo; sono devoti ai loro sette dei in maniera maniacale, tanto da seguire i loro dettami in ogni aspetto della vita.

I Sa’ba Taalor sono l’elemento trainante della vicenda, e forse l’unico aspetto davvero interessante, soprattutto per la prima lunghissima parte del libro in cui la vicenda scorre lenta e senza grandi colpi di scena. Se non ci fosse stata la curiosità di scoprire qualcosa di più sui misteriosissimi Sa’ba Taalor, la lettura mi avrebbe lasciato piuttosto tiepida. Giravo una pagina dopo l’altra aspettando che finalmente succedesse qualcosa di sconvolgente, ma non accade fino alla fine, che invece è davvero scoppiettante.

Italo Calvino e Il cavaliere inesiste a 30 anni dalla morte #Calvino30

Italo Calvino - 30 anni dalla morte

Trent’anni fa nella notte tra il 18 e il 19 settembre Italo Calvino moriva a Siena a causa di un ictus. Per ricordare uno dei più grandi scrittori italiani, che non ho mai nascosto essere tra i miei preferiti in assoluto, ho pensato di focalizzarmi su Il cavaliere inesistente, che insieme a Il visconte dimezzato Il barone rampante (raccolti insieme ne I nostri antenati) è l’opera che mi ha avvicinato a Calvino in principio.

I nostri antenati sono le prime tre storie fantastiche che ha scritto (seguiranno poi Le città invisibili, Marcovaldo, Le cosmicomiche, Ti con zero, Se una notte d’inverno un viaggiatore…). La sua carriera incomincia infatti con una spinta propulsiva verso il romanzo neorealistico (ricorderete senz’altro Il sentiero dei nidi di ragno), che però gli viene meno:

Così provai a scrivere altri romanzi neorealistici, su temi della vita popolare di quegli anni, ma non riuscivano bene, e li lasciavo manoscritti nel cassetto. […]. Era la musica delle cose che era cambiata: la vita sbandata del periodo partigiano e del dopoguerra s’allontanava nel tempo […]. La realtà entrava in binari diversi, esteriormente più normali, diventava istituzionale; le classi popolari era difficile vederle se non attraverso le loro istituzioni e anch’io ero entrato a far parte d’una categoria regolare: quella del personale intellettuale delle grandi città, in abito grigio e camicia bianca. […]. Ed ecco che scrivendo una storia completamente fantastica, mi trovavo senz’accorgermene a esprimere  non solo la sofferenza di quel particolare momento ma anche la spinta a uscirne; cioè non accettavo passivamente la realtà negativa ma riuscivo a rimettervi movimento, la spaccherai, la crudezza, l’economia di stile, l’ottimismo spietato che erano stati della letteratura della Resistenza”.

Il titolo I nostri antenati sottolinea il legame di queste vicende, seppur così irreali, con la realtà presente: un visconte tagliato a metà, un barone che vive sugli alberi e un cavaliere inesistente tutto potrebbero essere fuorché nostri antenati, eppure come noi sono coinvolti in un’ostinata ricerca di sé e in un arduo confronto con il mondo.

Questi nobili da favola vivono rapporti inconsueti con la realtà, attraverso i quali Calvino intende rappresentare allegoricamente determinati aspetti della condizione umana. Nel Visconte dimezzato la scissione di cui l’uomo contemporaneo soffre: Medardo ritorna in patria dopo una crociata diviso in due parti da una palla di cannone, il Gramo e il Buono. Ognuna delle due parti agisce in maniera indipendente in maniera del tutto erronea, finché non vengono ricucite, riportando Medardo alla normalità di ogni uomo, fatta della commistione di bene e male.

Cosimo, “il barone rampante”, sceglie di trascorrere la sua vita sugli alberi senza più mettere piede a terra, dichiarando che  “chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”. Siamo di fronte a un alter ego di Calvino: l’intellettuale che sceglie la strada della separazione dal mondo, per poterlo comprendere meglio.

Ed eccoci arrivati al nostro Agilulfo, di professione cavaliere inesistente, armatura priva di corpo tenuta in vita da una concentrazione di pensiero e razionalità, allegoria della vita vuota, fatta di un succedersi di gesti convenzionali, quasi artificiali. Siamo nel periodo in cui la concezione di Calvino sulla funzione dell’intellettuale si incupisce nel pessimismo: c’è ancora posto per l’intellettuale che è salito sugli alberi per guardare meglio il mondo? Si può vivere di sola razionalità? La risposta è alla fine del romanzo: Agilulfo si dissolve nel nulla.

L’atmosfera magico-fantastica in cui Calvino immerge le sue opere è ben lungi da essere estranea alla realtà, al contrario presenta continui riferimenti al mondo contemporaneo, ai problemi ideologici e agli interrogativi esistenziali di un uomo che si sente alienato. L’evasione fiabesca non è un rifugio del mero fantasticare per aggirare o evadere la realtà, ma è la volontà di rappresentarla attraverso connotati allegorico-simbolici.

Mi accorgo di averla fatta troppo lunga e di aver solo introdotto Il cavaliere inesistente! Vedete cosa succede quando parlo di Calvino?? Direi che per oggi chiudo qui per non appesantirvi, e magari ne riparliamo domani. 😉

Recensione #58: Kristin Cashore, Graceling

Kristin Cashore, Graceling, recensione

In un mondo fantastico diviso in sette regni (guarda caso proprio come in Le cronache del ghiaccio e del fuoco), ci sono i Graceling, uomini con Doni speciali. Si riconoscono perché da bambini, quando il loro Dono si manifesta, i loro occhi diventano di due colori diversi. A quel punto i genitori devono consegnarli ai loro re, che faranno uso dei loro Doni per il bene del regno, sempre che siano di qualche utilità. Infatti ci sono Doni quasi inutili, come la capacità di ripetere le parole al contrario o di ricordare ogni dettaglio.

Katje ha il Dono di uccidere (o così sembra), e lo zio, il re Rand, la usa come arma per punire tutti coloro che non si piegano al suo volere. Il risultato è che Katje si sente un mostro indegno di essere amato da chiunque, almeno fino a che non incontra Po, il principe Verdeggiante di Lienid, anche lui con il Dono del combattimento (o così sembra)….

Avete presente quando un libro vi sembra del tutto ridicolo e deludente ma continuate a leggerlo con voracità perché ormai vi siete affezionati alla trama e volete sapere come va a finire? È un po’ come quei talk show da casalinghe disperate, o come Beautiful: nessuno può apprezzare davvero la vicenda strampalata e senza senso, ma una volta iniziato non si può fare a meno di guardarlo. Così è stato per me Graceling.

La vicenda è il punto forte del romanzo, avrebbe un grande potenziale se solo fosse sviluppata meglio. Per assurdo, nonostante la scrittura lasci a desiderare, e la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto della protagonista, sfiori il ridicolo, ho continuato a leggere Graceling con grande interesse, e non ho avuto pace finché non sono giunta alla fine.

In summa, punti a favore: una storia coinvolgente. A sfavore: scrittura fin troppo semplice e senza personalità, alcuni punti mancano di logica (come può essere verosimile il Dono di uccidere? Suvvia!), il carattere schivo e irritabile di Katje è spesso fin troppo accentuato, tanto da risultare ridicolo (per esempio, perché prendersela tanto ogni volta che Giddon le rivolge parola e sentirsi così tremendamente offesa perché le ha chiesto di sposarlo? Di nuovo: suvvia!). Giudizio finale: solo due cuoricini.

(Eppure sono stata tentata di andare in biblioteca a prendere in prestito Fire, il prequel, e Bitterblue, il sequel, perché ero troppo curiosa!! Ma ho resistito).

Kristin Cashore, Graceling. 2009. DeAgostini,  € 14,90, 495 pp. ♥♥

Recensione #57: David Mitchell – Cloud Atlas

David Mitchell - Cloud Atlas recensione

Fin da quando ho visto il film, ormai qualche anno fa, Cloud Atlas ha soggiornato in cima alla mia lista dei libri da leggere (anche se poi si sono messi in mezzo tanti di quegli altri libri, nuove uscite o regali). Il film, infatti, ricordo che mi catturò, mi tenne incollata allo schermo, mi affascinò talmente che continuavo a chiedere a tutti quelli che mi capitavano a tiro: “hai visto Cloud Atlas?” perché avevo una voglia matta di parlarne, discuterne, rievocarne le scene più belle.

Finalmente ho letto il libro ed è stato altrettanto, se non di più, affascinante e coinvolgente. È davvero un bel libro, ed è un peccato che in Italia fosse perlopiù sconosciuto, almeno fino all’uscita del film.

cloud-atlas recensioneCloud Atlas è composto con grande genialità da 6 storie ambientate in epoche diverse, da qualche secolo fa al futuro, i cui protagonisti sono legati da una voglia a forma di stella sulla pelle, che sembra suggerire siano l’incarnazione della stessa anima, ma nel libro non è mai confermato. Nel film invece i fratelli Wachovski spingono ben oltre questa idea: in ogni storia i protagonisti sono gli stessi identici attori, con look molto diversi tra loro tanto che in molti casi ci si mette un po’ a riconoscerli (addirittura in un episodio troviamo una Halle Berry con la pelle bianca). A enfatizzare ancora di più l’idea della reincarnazione è che questa sorta di ubiquità corporale dei personaggi travalica le distinzioni di genere, così che attori maschi vengono utilizzati per interpretare ruoli femminili.

Ogni storia è collegata a quella successiva dal fortuito ritrovamento di una memoria, scritta o narrata a voce, che registra la vita dei protagonisti: il diario dell’avvocato che viaggia in mare nelle isole del Pacifico viene ritrovato in un albergo da un compositore inglese nel 1930, le cui lettere rivolte a un amante giungono nelle mani di una giornalista coinvolta in un grosso scandalo a causa del quale perde la vita nel 1975, su questa vicenda viene scritto un romanzo che viene inviato come manoscritto a un editore in fallimento, sulla cui vita viene tratto un film che viene visto, secoli dopo, da Somni-451, un essere umano creato in laboratorio per servire in una “mangeria” di Nea So Copros (al fù Korea) che registra le sue memorie in un Verbo che giungerà nelle mani di Zachry,  un uomo che vive nel mondo primitivo post-apocalisse.

Le sei storie non vengono raccontate inframmezzandole e incastrandole tra di loro, ma in successione in ordine cronologico nella prima metà del libro, per ricominciare in ordine inverso nella seconda metà.

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Quella che mi ha colpito di più, già dal film, è la storia di Somni-451, un clone geneticamente creato per fare da schiava all’umanità, che ormai non si abbassa a fare i lavori più umili. Anche se nel film la vicenda è molto più enfatizzata e con un risvolto romantico assente nel libro, anche dopo averlo letto posso dire che è rimasta quella più affascinante, per il contesto di una società dispotica e sull’orlo dell’autodistruzione, e per l’idea fondante che anche un clone a cui non sono permessi sentimenti e pensieri intelligenti, dimostra invece di avere un’anima.

 

David Mitchell, Cloud Atlas. Sperling & Kupfer, € 11,90, 597 pp. ♥♥♥♥♥