Il Racconto: tratto da “Hunger Games”

Hunger Games, trilogia, Uno nessuno e centomila libri blog

Hunger Games, trilogia, Uno nessuno e centomila libri blog

ATTENZIONE: SPOILER! NON LEGGERE SE NON HAI LETTO I LIBRI

Hunger Games è uno dei libri che mi hanno più emozionato ultimamente. Ho adorato la storia dei primi due libri, ma non mi è piaciuto troppo l’ultimo, perché non ho mai amato troppo le guerre e la politica. Nonostante questo, la parte che più mi ha emozionato in assoluto è stato il finale.

Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con la scelta di Peeta?

«Impariamo un’altra volta a tenerci occupati. Peeta fa il pane. Io vado a caccia. Haymitch beve finché non ha finito il liquore, dopodiché alleva oche fino all’arrivo del treno successivo. Per fortuna, le oche sanno badare a se stesse piuttosto bene. Non siamo soli. Qualche centinaio di persone hanno fatto ritorno qui, perché, qualunque cosa sia successa, questa è casa nostra. Con le miniere chiuse, si ara la terra mescolandola alle ceneri e si coltivano piante commestibili. Macchinari provenienti da Capitol City scavano per gettare le fondamenta di una nuova fabbrica dove produrremo farmaci. Benché nessuno lo semini, il prato torna di nuovo verde.

Io e Peeta ricominciamo a crescere insieme. Ci sono ancora momenti in cui lui afferra lo schienale di una sedia e aspetta finché i flashback non sono finiti. Io mi sveglio urlando da incubi di ibridi e bambini perduti. Ma le sue braccia sono lì a darmi conforto. E in seguito le sue labbra. La notte in cui provo di nuovo quella sensazione, la fame che mi aveva assalito sulla spiaggia, so che tutto questo sarebbe accaduto comunque. Che quello che ho bisogno per sopravvivere non è il fuoco di Gale, acceso di odio e di rabbia. Ho abbastanza fuoco di mio. Quello di cui ho bisogno è il dente di leone che fiorisce a primavera. Il giallo brillante che significa rinascita anziché distruzione. La promessa di una vita che continua, per quanto gravi siano le perdite che abbiamo subito. Di una vita che può essere ancora bella. E solo Peeta è in grado di darmi questo.

Così, quando sussurra: – Tu mi ami. Vero o falso? – io gli rispondo – Vero».

Il Racconto: “Il prevosto e la perpetua”, frammenti da “Biglietto, signorina” di Andrea Vitali

biglietto-signorina-andrea-vitali

Qualche mese fa ho pubblicato la recensione di Biglietto, signorina di Andrea Vitali, un libro che mi è piaciuto molto.

Per chi non avesse mai letto Vitali, e volesse farsi un’idea di come scrive, trascrivo qui le scene tra il prevosto e la perpetua, che sono tra quelle che mi hanno fatto più ridere, per la carica comica e per il linguaggio dialettale. Il romanzo ha i tratti, sebbene non spiccati, di un giallo. È ambientato nel 1949 a Bellano, sulla rive del lago di Como, e inizia con una bella giovane dai capelli scuri che viene pizzicata su un treno senza il biglietto, e che malauguratamente non sa spiccicare una parola di italiano…

“«Avrei una cortesia da chiedervi.»

«La perpetua aveva ancora lo spazzolone tra le mani. Che ci andasse anche a dormire, era una delle tante curiosità che don Revelli aveva su quella donna.

«Dite.»

«Avete presente quel giovanotto, il figlio di quel poveretto che si è tolto la vita…»

«Il figliastro del droghiere?» fece la perpetua.

«Si, proprio… ecco, vi chiederei la cortesia di andarlo a cercare e dirgli che ho urgente bisogno di parlargli.»

La perpetua si strinse nelle spalle.

«È qui fuori che aspetta», rispose come se fosse la cosa più naturale della terra.

«Chi?» fece il prevosto.

«Quel giovanotto!»

«Ma, avete capito bene chi intendo?» chiese il prevosto.

«Reverendo», attaccò la donna, «sarò anziana ma non ancora…»

«No, no», la interruppe il sacerdote, «non volevo… ma è che…»

«Ma è che, che cosa?»

«Dico, siete sicura che sia proprio lui?»

«O bestia», scoppiò la perpetua, «ma se gliel’ho detto io di venire qui per mezzogiorno!»

«Voi?»

«Io, sì!»

«Per mezzogiorno?»

«Per mezzogiorno, proprio», confermò la perpetua. «O sbaglià?»

Il sacerdote restò senza parole.

«No, no» rispose, ma come in un sogno.

Pensando a coloro i quali affermavano che prevosto e sacerdoti in genere ne sapevano una più del diavolo: eccoli serviti, perché non avevano mai fatto i conti con le perpetue”.

Pp. 321-322.

       ≈≈≈

“Davanti al prevosto, che lo stava guardando senza parlare, ancora chiedendosi come avesse fatto la perpetua a intuire che lo voleva lì, Filiberto inspirò per sentire ancora quel benevolo profumo che l’aveva colto entrando in canonica.

Profumo di cera, che la perpetua tirava quasi ogni giorno sui pavimenti della canonica. […]

«Ch’el stàga atènt», l’aveva avvisato la perpetua mentre entrava.

A non scivolare, che non sarebbe stato il primo a entrare lì e trovarsi dopo un minuto secondo con il culo per terra, e neanche l’ultimo.

E poi: «Sciò!» aveva aggiunto, e Filiberto aveva pensato che l’avesse detto a lui, come se volesse intendere di sbrigarsi che in fin dei conti l’era mesdì e anche i prevosti mangiavano.

Subito però s’era reso conto che il rustico invito era diretto a un gatto che, approfittando della porta semiaperta, aveva tentato di entrare e insozzare il pavimento bello lustro di cera.

Il felino, mollemente, si era dapprima fermato e ingobbito e poi aveva fatto dietrofront.

«Gàt!» aveva sputato la perpetua. «Gatti! Ne ho così mangiati in tempo di guerra!»

Adesso invece, adès, per ordine espresso del sciar prevosto toccava a lei dar da mangiare a loro”.

Pp. 326-327.

≈≈≈

“Soprattutto durante gli anni della guerra il prevosto aveva sopportato ben più di un sacrificio. Adesso che la guerra non c’era più continuava a farlo, se lo imponeva. Tra i tanti, quello della vespertina minestra che la perpetua gli propinava nonostante le avesse più volte detto che non l’aveva mai gradita e che, alla minestrina serale, preferiva un piatto vuoto.

Niente da fare.

«La minestra l’è la biada de l’om!» sentenziava la donna.

E anche dei preti, aggiungeva, come se quelli non fossero uomini.

Quando quella sera suonò il campanello della canonica, il sacerdote per prima cosa spostò di lato il piatto che fumava.

«Cosa fate?» chiese la perpetua.

«Hanno suonato…» rispose il prevosto.

«E alòra?»

Gente senza creanza che andava a disturbare all’ora di cena poteva anche aspettare o tornare un’altra volta.

«E se è urgente?» chiese il prevosto.

L’unica urgenza contemplata era uno che stava morendo. Ma quell’elenco che la perpetua teneva aggiornato con precisione al momento era vuoto.

«Non può…» tentò di obiettare.

«Andate», risuonò l’ordine del sacerdote.

La minestra si raffreddava, d’accordo. Meglio, l’avrebbe scolata più in fretta, dopo, senza patirne il carminativo odore.

Pure donna, ragionò la perpetua quando vide chi stava alla porta.

Senza criterio, quindi, perché le donne a quell’ora della sera dovevano stare a casa a servire la cena alla propria famiglia, sennò voleva dire che non avevano niente in testa.

«C’è una donna», comunicò quindi caricando la voce di disprezzo.

«E chi è?» chiese il prevosto.

«So minga», rispose la perpetua.

«Cosa vuole?»

«Talis qualis.»

L’unica roba che sapeva è che voleva il signor prevosto.

Ma l’aveva lasciata sulla porta.

«Gente che non conosco non la faccio entrare. El vaga lù a vedè.»”.

Pp. 339-340.

Recensione #47 – 13 Donne a tavola. Racconti e ricette al femminile.

13 donne a tavola, recensione13 donne a tavola 13 donne a tavola recensione

«Nutrimento per la mente e nettare per il cuore, la scrittura spesso prende spunto dai sapori, dagli odori della cucina, dall’assaggio di cibi e bevande; diversi romanzi hanno come cornice la consumazione di un pasto e molte pietanze sono divenute immortali grazie agli autori che le hanno narrate nelle loro opere».

Loredana Limone, prefazione a 13 Donne a tavola.

La lettura e il cibo sono due dei grandi piaceri della vita, per questo da sempre sono un connubio sublime. Come non ricordarsi, leggendo le parole di Loredana Limone nella prefazione, delle famose madeleine di Proust?

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa”.

proust madeleine

Una delle cose che amo di più fare mentre leggo (perché io leggo mentre prendo il sole, mentre faccio colazione, mentre lavo i denti, mentre faccio il bagno nella vasca, mentre sono sull’autobus o sul treno…), è mangiare. E infatti se notate, sia qui nel blog che sui social, la maggior parte delle foto dei libri che pubblico sono circondate da tazze di tè o caffè, dolci, dolcetti e chi più ne ha più ne metta. Insomma, avrete capito che mi piace mangiare 😉

Ecco perché questa raccolta di racconti dove il tema conduttore è un qualche piatto dal sapore delizioso (basta la descrizione che ne fanno le autrici per avere l’acquolina in bocca) non poteva che piacermi! Sicuramente mi cimenterò anche in qualcuna delle ricette, allegate alla fine di ogni racconto, a partire da quella dei Popovers!

Dei 13 racconti che compongono il libro, 6 sono il frutto delle allieve di “Sapori Letterari”, l’unico laboratorio di scrittura creativa legato al cibo in Italia, condotto da Loredana Limone, che ricorderete per la saga di Borgo Propizio (qui trovate una recensione del secondo libro, “E le stelle non stanno a guardare”).

A ognuna delle 6 esordienti è stata affiancato un nome già noto, mentre il tredicesimo racconto è della stessa Loredana Limone. Questa è l’unica nota negativa che ho trovato nel libro: che bisogno c’era di accostare a ogni scrittrice novella una “madrina”? I nomi delle autrici sono infatti accoppiati due a due (per esempio, “Erica Bauermeister con Cecilia Fraccon, Laura Rangoni con Francesca Viganò e via dicendo) come se ci fosse una qualche corrispondenza nei contenuti, mentre invece, manco a dirlo, non se ne trova nemmeno l’ombra.

I proventi del libro sono destinati al CADOM (Centro Aiuto Donne Maltrattate) di Monza, un motivo in più per comprarlo!

I 13 racconti, tutti ben scritti, presentano temi molto diversi l’uno dall’altro, anche se il filo conduttore è l’amore per il cibo: ci sono storie d’amore, a volte i protagonisti sono i bambini, ci sono extraterrestri, c’è la magia…

A me personalmente ne sono piaciuti tre in particolar modo: Il ragù della nonna di Laura Rangoni, per il grande amore che si ha per la propria nonna e per il profumo familiare e rassicurante del ragù, Il piatto del giorno di Francesca Viganò, perché mi sono sempre piaciute le storie di streghe, e I ciliegi di Little Souls di Paola Monguzzi, perché ci voleva proprio un noir all’interno della raccolta.

Non mi resta che augurarvi una deliziosa lettura! 🙂

Le 13 Autrici: Erica Bauermeister, Laura Bonalumi, Elena Chigiotti, Cecilia Fraccon, Loredana Limone, Betti Magni, Paola Monguzzi, Valeria Palumbo, Laura Rangoni, Cristina Rava, Annarita Sabbatini, Roberta Schira, Francesca Viganò.

Editore: Fefè Editore.

Pagine: 168.

Prezzo: € 9,00.

♥♥♥

La Biblioteca di Babele.

jorge luís borges, la biblioteca di babele, commentoLa settimana scorsa mi è capitato di imbattermi in una notizia: un tale di New York ha creato la versione digitale della biblioteca di Babele. Scrivendo un’articolo a riguardo (lo potete leggere qui) mi si è riaffacciato in mente il grande fascino che avevo provato leggendo il racconto di Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele, che fa parte della raccolta Finzioni, scritta tra il 1935 e il 1944. 

La Biblioteca di Babele è composta da un numero infinito di stanze esagonali che si succedono tutte uguali, in un ordine immutabile.

“L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.”

Se la biblioteca è metafora dell’universo, allora l’Ordine immutabile identico in ogni stanza, tanto che ognuna sembra lo specchio della precedente, non gli si addice del tutto, perché il mondo racchiude in sé una piccola componente di ordine, mentre grande parte è Caos! Ma, a ben guardare, la casualità c’è. Infatti ogni libro è composto da 410 pagine in cui si succedono caratteri combinati casualmente. Ciò significa che, per il calcolo delle probabilità, tra la serie infinita di caratteri senza significato alcuno si possono trovare anche parole o frasi di senso compiuto. Anzi, più di così: nella biblioteca sono conservati tutti i libri che sono stati scritti e che saranno scritti in ciascuna lingua. Compreso il libro che racchiude la Verità, il senso di tutte le cose.

“A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giu­stificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano I libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi Stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità cheun uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero. 

[….]

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavane stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i “tesori” che la frenenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosi enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché Ia Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.”

Quello che è incredibilmente affascinante in questo racconto, è la visione del mondo che se ne ricava: l’universo è troppo grande e complesso perché gli uomini possano comprenderlo, e ogni tentativo di afferrarne il senso li porta alla frustrazione, alla disillusione e persino alla pazzia.

“La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli sim­boli che La mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.”

 

 

Il Racconto: La Famiglia in villeggiatura. Tratto da La Sposa giovane di Alessandro Baricco

la sposa giovane alessandro bariccola sposa giovane alessandro baricco la sposa giovane alessandro baricco

Alessandro Baricco ci ha regalato un nuovo romanzo, “La Sposa giovane”, di cui trovate la recensione qui.

È stato difficile scegliere, tra tante bellissime pagine, un pezzo che potesse darvi un accenno della storia e farvi comprendere l’anima di questo libro, e alla fine mi sono decisa per la parte in cui si parla dei preparativi della Famiglia per andare in villeggiatura. Così, potete capire che questo romanzo parla di una Famiglia: con un Padre, una Madre, un Figlio, una Figlia, uno Zio, un maggiordomo di nome Modesto e la promessa sposa del Figlio, la Sposa Giovane.

Da questo breve estratto potete afferrare i tratti salienti del libro: astratto e vicino alla favola, e come sempre, con una scrittura esatta ed evocativa. Ovviamente non ci sono spoiler. 😉

“[…] la villeggiatura , per tutti loro, […] era generalmente interpretata alla stregua di un obbligo, e quindi da tutti sopportata con elegante rassegnazione.

Per ridurne al minimo il fastidio, si ricorreva a fragili espedienti, il più curioso dei quali era evitare di fare le valigie: si sarebbe poi comprato tutto sul posto. L’unico che possedeva dei bauli, e si ostinava a usarli, era lo Zio, a cui piaceva portarsi dietro, senza inutili mezze misure, tutto quello che aveva. Li preparava lui stesso: dato che lo faceva dormendo, la cosa poteva prendere anche delle settimane. Tutti gli altri, al contrario, si applicavano la mattina della partenza, accantonando oggetti dalla dubbia utilità in piccole borse che poi spesso dimenticavano. C’erano delle costanti: la Madre, ad esempio, non partiva mai senza portarsi dietro il suo cuscino, delle cartoline che in viaggi precedenti non aveva avuto tempo di scrivere, dei sacchetti di lavanda e lo spartito di una canzone francese di cui aveva perso l’ultima pagina. Il Padre ci teneva a portarsi dietro un manuale di scacchi, la Figlia un album e i colori ad olio (per ragioni misteriose lasciava a casa le tonalità dell’azzurro e del blu). Il Figlio, […] smontava l’orologio delle scale e se ne portava dietro i pezzi, ripromettendosi di rimontarli in vacanza. La somma finale di una simile selezione di oggetti dava un numero misurato di bagagli e un certo importo totale di rimpianti: si rendeva necessario spesso lasciare a casa frammenti preziosi della comune follia.

Alla casa badava Modesto. Anche lì si rimaneva fedeli a un protocollo la cui razionalità, ammesso che esistesse, affondava le sue radici in un passato privo ormai di spiegazioni. Si coprivano tutti i mobili con lenzuoli di lino, si riempivano le dispense di ogni alimento non deperibile, si socchiudevano tutte le imposte tranne quelle rivolte a sud, si arrotolavano i tappeti, si staccavano i quadri dalle pareti appoggiandoli a terra (c’era un perché, ma si era perso), si lasciavano scaricare gli orologi, si mettevano fiori gialli in ogni vado, si preparava la tavola come per una colazione di venticinque persone, si toglievano le ruote a tutto ciò che aveva ruote e si buttavano tutti gli indumenti che, nel corso dell’ultimo anno, non si erano indossati almeno una volta.Particolare cura era riservata al prezioso rito di lasciare, disseminati per casa, gesti interrotti: sembrava essere scura garanzia del fatto che si sarebbe tornati a completarli […]: un pennello da barba insaponato, partite a carte abbandonate sul più bello, catini pieni d’acqua, frutti mezzi sbucciati, una tazza di tè ancora da bere. Sul leggio del pianoforte si apriva di solito uno spartito alla penultima pagina, e una lettera non finita rimaneva sempre sulla scrivania della Madre. In cucina si appendeva al muro una lista della spesa apparentemente molto urgente, nei cassetti si lasciavano pregevoli lavori all’uncinetto inconclusi e sul tavolo da biliardo si abbandonava un colpo sublime inspiegabilmente rimandato. Nell’aria, se si fosse potuto vederli, aleggiavano pensieri lasciati a metà, ricordi incompleti, illusioni da perfezionare e poesie senza finale: si pensava che la sorte potesse vederli. Si completava il tutto lasciando, nel momento dell’addio, una buona parte dei bagagli dimenticata, nei corridoi – gesto doloroso ma ritenuto decisivo. Alla luce di tanta dedizione, l’eventualità che i rischi del viaggio portassero qualcuno di loro a non tornare a casa era considerata semplicemente offensiva”.

Il Racconto tratto da “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone: “La seconda di tre donne irraggiungibili”.

La tentazione di essere felici, recensione

La tentazione di essere felici, recensione 2 La tentazione di essere felici, recensione 3 La tentazione di essere felici, recensione 4

La tentazione di essere felici è uno dei libri più belli che ho letto ultimamente. In varie parti mi sono emozionata, ma quella che mi è piaciuta di più è questo capitolo, che ho trovato infinitamente romantico e realistico insieme.

Per la mia recensione di La tentazione di essere felici leggi qui.

«Crediamo che la vita non finisca mai e dietro l’angolo ci sia sempre la novità che cambierà tutto. È una specie di raggiro che facciamo a noi stessi, così da non prendercela troppo per un fallimento, un’opportunità svanita, un treno perso. Io, per esempio, ho trascorro quarant’anni nell’attesa di riavvicinarmi a Daria grande fiamma giovanile che mi folgorò dopo una serata trascorsa a parlare di politica in un vecchio scantinato nel quale ci ritrovavamo noi giovani con l’idea malsana di cambiare il mondo, ma le nostre due vite sì. All’epoca ero un ragazzo pieno di idee e con una grande autostima (cosa che, per la verità, non ho perso con l’avanzare degli anni), grazie alla quale riuscii a conquistare la fiducia di Daria, una donna con la testa sulle spalle e una famiglia un po’ snob dietro. Lei era più acculturata e più elegante di me, ma le mancava un requisito fondamentale che io, invece, possedevo: la sicurezza. Scriveva racconti e stava per terminare un romanzo che parlava di un gruppo di ragazzi che si batteva per rendere l’Italia un paese migliore. Una sorta di autobiografia. Non era certo un’idea originale, né scritta in modo superbo, ma la spronai a credere in se stessa e a finire quanto prima il romanzo.

Dicono che solo un amore vero abbia la potenza di modificare i percorsi delle persone. Il mio, dopo l’incontro con Daria, subì notevoli cambiamenti. Fu lei a convincermi ad accettare il lavoro allo studio Volpe che mi avrebbe fatto, poi, incrociare Caterina. Devo ringraziare lei di tutto quello che è avvenuto dopo. O, forse, incolparla. A ogni modo, Daria mi prestò un po’ del suo buonsenso, io contraccambiai con il mio infaticabile ottimismo e con l’entusiasmo, due qualità che, al contrario dell’autostima, ho disperso nel corso dell’esistenza. Di quei mesi trascorsi insieme, mi porto dietro la sua sonora e coinvolgente risata, le dita fredde e piccole che si lasciavano ghermire con facilità, il suo profumo di mandarino che mi ritrovavo la sera sui vestiti. Eravamo felici, eppure, non so perché, non ci baciammo mai, forse convinti che l’avremmo potuto fare da un momento all’altro, o forse desiderosi di prolungare la piacevole attesa. In fin dei conti stavamo assaporando la fase migliore di una relazione, quando basta sfiorare la pelle dell’altro per sentire il cuore palpitare.

In breve Daria terminò il romanzo e si mise alla ricerca di un editore. Ricordo che dopo i primi rifiuti mi confidò che avrebbe rinunciato, e io per giorni provai a convincerla a non abbandonare la sua strada e a non farsi abbattere dalle difficoltà. È buffo a pensarci oggi, eppure le ripetevo semplicemente quello che dicevo ogni notte nel letto a me stesso, di non smettere di desiderare una vita diversa, di continuare a rincorrere i sogni, non scendere alla prima fermata, anche se sembra la più comoda. La differenza fra me e lei, purtroppo, è che Daria è stata l’unica a credere fino in fondo alle mie parole, l’unica a provarci davvero.

E nel giro di qualche mese trovò un editore disposto a pubblicarle il romanzo. La beffa fu che quando il testo uscì noi due eravamo già lontani. Ricordo che ne acquistai una copia e lo rilessi in una notte. La mattina dopo mi ero definitivamente convinto che il libro non valesse nulla. Come la nostra storia, del resto. Andò così. Lei una sera si fermò a bere una birra con il suo ex. Io ero ancora solo un amico, eppure non riuscii a mascherare la mia delusione, nonostante mi trovassi, tra le altre cose, all’inizio di un’epoca nella quale mostrarsi gelosi e possessivi era considerato da retrogradi fascisti. Fatto sta che mi accorsi di essere ancora molto retrogrado e mi allontanai da lei, con la speranza che Daria venisse a riprendermi. Così non fu, purtroppo, e quindici giorni dopo ero fidanzato  con una tipa di cui non mi ricordo nemmeno il nome, una che fumava molto e disegnava fumetti. Daria soffrì per il mio improvviso e incomprensibile distacco, e non mi perdonò, nemmeno quando, lasciata la fumatrice incallita con le dita gialle, tornai sui miei passi. A quel punto, un altro dei miei sentimenti conservatori, l’onore, mi vietò di insistere. La salutai e tornai alla mia vita e al corteggiamento indefesso nei confronti di Caterina, nonostante la notte non riuscissi a dormire per la mancanza di Daria. Nei mesi successivi ci incrociammo diverse volte ma nessuno dei due ebbe il coraggio di fare la mossa decisiva, fin quando un giorno lei si fidanzò con quello che poi sarebbe diventato suo marito.

Ecco, se io quel giorno avessi sospettato che l’individuo con il ciuffo alla Elvis Presley sarebbe stato l’ultimo uomo della sua vita, avrei messo da parte i miei sentimenti conservatori e mi sarei battuto per tenermela stretta. Invece pensai in cuor mio che prima o poi noi due saremmo stati insieme. L’ho creduto per quarant’anni. Nemmeno il matrimonio di entrambi, neanche i miei e i suoi figli mi hanno mai distolto dall’idea di base: anche solo per una notte, i nostri corpi si sarebbero uniti.

[…]

Poi un giorno di sette anni fa uscì il suo ultimo libro. Io nemmeno lo sapevo quando la incontrai per caso in farmacia. Caterina si era già ammalata e Daria da anni non era più nei miei pensieri. Lei mi comunicò che nel suo romanzo c’era qualcosa che mi riguardava. Il giorno dopo andai in libreria e lo acquistai. Alla seconda pagina trovai la dedica: «A Cesare, mio irraggiungibile amore, per il suo coraggio, per la sua passione per la vita. Con gratitudine». Era la storia di due innamorati che si guardano per una vita intera.

Dovevo assolutamente incontrarla. Mi ripromisi di scriverle, poi di cercare il suo numero e telefonarle, di invitarla a cena, di spedirle un mazzo di fiori. Ma anche in quel caso caddi nel medesimo errore, credere di avere tutto il tempo davanti. […] Infine una mattina aprii il giornale e scoprii che era morta per colpa di un ictus.

Passi la vita a credere che un giorno ciò che speri accadrà, salvo poi accorgerti che la realtà è molto meno romantica di quanto pensi. È vero, i sogni qualche volta si presentano alla tua porta, ma solo se ti sei preso la briga di invitarli. Altrimenti puoi star certo che la serata la trascorri da solo».

Editore: Longanesi.

Pagine: 265.

Prezzo: 14,90 euro.

Formato: 14×21 cm. Copertina in cartoncino rigido con sovraccopertina. In prima di copertina l’immagine di una donna che esce da un portone, che poco o nulla centra con la storia.

Giudizio complessivo: ♥♥♥♥♥

Annarita Tranfici, “I due volti di Nuova Delhi”. Un racconto ispirato a una storia vera.

i due volti di nuova delhi

I due volti di Nuova Delhi è il racconto breve di una storia d’amore tra due giovani, Kajal e Kiran, un amore puro, appena sbocciato, violato irrimediabilmente dalla brutalità di alcuni malviventi. 

Non voglio farvi anticipazioni sulla trama, perché è un racconto che si legge in fretta (sono solo una decina di pagine) e vale la pena di scoprire la vicenda leggendo le parole dell’autrice, che con abile dovizia di particolari saprà guidarvi attraverso la scena come se ne foste testimoni.

Sebbene bistrattati, i racconti brevi lasciano spesso un’impressione più profonda rispetto ai romanzi, proprio per loro costituzione: non potendo svilupparsi in scenari più ampi, analizzando la vicenda con più completezza in uno spazio temporale allargato, il Fatto viene descritto e lasciato a se stesso, scarno di conseguenze. Sarà il Lettore a dover andare oltre, a ipotizzarne futuro e implicazioni. Per questo motivo l’impressione che il racconto traccerà nella sua mente sarà più vivida. Questo è esattamente il caso di I due volti di Nuova Delhi: dieci pagine di intensa carica emotiva, che ti fanno riflettere sulle implicazioni degli abusi e la violenza che Kiran e Kajal subiscono.

Annarita Tranfici non ci dice se i due ragazzi sopravvivono (ma la situazione lascia intuire di si), né come reagiranno alle ferite profonde che il male subito gli ha inferto. Ciò che l’autrice fa delicatamente intendere è che, non solamente i due ragazzi porteranno dentro di sé il trauma della violenza subita, ma la purezza del loro amore che stava appena sbocciando gli viene sottratta per sempre. L’amore sopravviverà?

È proprio la purezza che vedo come l’elemento più forte del racconto, Kajal e Kiran non si sono scambiati ancora che qualche casto bacio, non hanno litigato, sono ancora nella fase in cui si pensa solo all’altro e ci si bea semplicemente di poter passare del tempo insieme. Il loro amore è come un fiore che sta sbocciando, delicatamente e senza macchie.

Da qui il significato del titolo, I due volti di Nuova Delhi: da una parte la purezza del primo amore, dall’altra la meschinità e la violenza di alcuni ragazzi che sono talmente amareggiati e delusi dalla vita che ripiegano sull’ aggredire e torturare gli altri.

Molti potrebbero vedere nell’aggressione e nello stupro di Kajal il tema della violenza sulle donne, di cui si parla tanto in questi giorni. Io ci vedo, invece, il tema della violenza in generale, che infatti viene riversata in egual modo anche su Kiran. Una violenza che deve essere nata da altra violenza, perché chi non è abbastanza forte per sopportare il male subito non trova altra via che riversarlo su altri.

La scelta dell’autrice di ambientare la storia in India vi incuriosisce? Annarita Tranfici mi ha raccontato di aver voluto descrivere attraverso la sua personale interpretazione una storia veramente accaduta di cui aveva sentito parlare: «Ho scelto di raccontare con la mia immaginazione una storia di cui avevo sentito parlare. Era ambientata in India…».

 

Editore: Lettere Animate. Collana “I Brevissimi”, numero 12.

Pagine: 12.

Prezzo: 0,80 euro.

Formato: ebook.

Giudizio complessivo:  ★ ★★